ALESSIO PECORARO

Il coraggio di cambiare. Conosciamo Alessio Pecoraro, una vita divisa tra cinque regioni - Puglia, Basilicata, Campania, Veneto ed Emilia - e una passione per marketing, cultura e politica

ALESSIO PECORARO

Alessio Pecoraro, 29 anni, una laurea in matematica e una vita divisa tra cinque regioni - Puglia, Basilicata, Campania, Veneto ed Emilia -, e tre stati – Italia, Spagna e Inghilterra -, fino alla scelta di piantare radici (provvisoriamente, almeno) a Sassuolo, in provincia di Modena, dove lavora nel settore del marketing, intervallando fra un'associazione culturale (“ilCoraggioDiCambiare”, di cui è fra i fondatori) e una passione che arriva da molto lontano: quella per la politica.

Partiamo dal nome del tuo blog, I Care, “mi interessa”: cosa, più di tutto?    È un omaggio a Don Lorenzo Milani: fu lui a scrivere I Care sui muri della scuola di Barbiana; Don Milani faceva scrivere ai suoi ragazzi I Care tutto, “mi interessa tutto”. Ecco: anche a me interessa tutto. M'incuriosisce la vita, insomma, in ogni sua forma, e il mio blog intende riflettere tutto questo.

Lì ti racconti come “un sostenitore della politica diversa, nella forma e nella sostanza”. Parafrasando...    Purtroppo, oggi, “politica”, più che un sostantivo, è quasi una “parolaccia”, e chi ci rappresenta non ha fatto (e continua a non fare) nulla per cambiare questo sentire comune. Al contrario, la politica dovrebbe essere connotata positivamente, rappresentare la forza e la capacità di stringere un legame saldo con le persone. E avere, soprattutto, l'ambizione di risolvere i loro problemi.
Vorrei una politica tra la gente e per la gente, un sistema amministrativo trasparente, lontano dal malaffare dei mestieranti, in cui ai centri di potere si sostituiscano quelli di elaborazione di idee e proposte solide, concrete.

Quella per la politica è una passione pubblica ereditata nel privato: ci spieghi come, e da chi?    Mio nonno, un vero uomo d'altri tempi, mi ha sempre spiegato quanto fosse importante impegnarsi per la propria comunità. Da piccolo, mi ha portato nella sezione di partito, ai comizi, ai consigli comunali. Mi ha raccontato di Alcide De Gasperi e della guerra mondiale. La mia passione è nata con lui, così, ed è maturata anche grazie a un' insegnante di italiano, alle scuole medie, che mi ha fatto conoscere Don Milani, e insegnato come si legge un quotidiano, dalla prima all'ultima pagina.

Quali sono, a tuo avviso, le difficoltà, per un giovane connazionale, di ritagliarsi un posto, una prospettiva, nella macchina politica?    I partiti sono club esclusivi, purtroppo, e ultimamente c'è un eccesso di partigianeria che svilisce il sistema. È un peccato vedere, tra i ventenni di oggi, gente disposta a sposare ideologie del secolo scorso. Molti giovani, per altro, preferiscono legarsi al "senatore" di turno, acquisendo punti fedeltà in luogo di competenze. Chi si rifiuta trova vita più facile e maggiori possibilità nell'associazionismo, piuttosto che in un partito: è anche questa una rivoluzione che va fatta. Abbiamo bisogno di partiti nuovi, innovatori, che rischino. In cui si lavori per un obiettivo, una causa, e poi si vada a casa. Da noi, invece, la politica è un luogo di lavoro, la poltrona un posto d'arrivo, anziché un'occasione per mettersi in gioco. Ma il problema del rinnovamento della classe dirigente esiste, eccome, e la politica non è che lo specchio del nostro Paese. Semplificando la questione con una metafora sportiva, dovremmo seguire l'esempio calcistico del Barcellona, che "produce" in casa i campioni di domani, invece di acquistare a peso d'oro giocatori attempati e con poche risorse. Ecco, l'Italia, in politica e nel mondo del lavoro, dovrebbe fare lo stesso.

Hai mai fatto esperienze lavorative all'estero?    Sono orgoglioso di essere italiano, amo molto il mio Paese. Al contempo, però, mi sono sempre sentito un cittadino europeo. E in giro l'Europa mi sono mosso più volte, lavorando periodicamente a Londra (impiegato nelle classiche occupazioni da studente all'estero) e nel volontario, presso l'America's Cup di Valencia.

Da rappresentante per gli studenti a candidato Sindaco di Sassuolo: come si è evoluto, nel tempo, il tuo impegno di rappresentanza?    Il fine è stato sempre lo stesso: migliorare le condizioni della comunità. A 14 anni volevamo aule più spaziose e bagni più puliti; più tardi, crescendo, abbiamo cominciato a sentire l'esigenza di un paese, Sassuolo, più semplice, più bello, e più coraggioso. In una parola, migliore. Sono state tutte esperienze bellissime: la candidatura a Sindaco mi ha dato modo di formarmi, facendomi conoscere tanto l'affetto quanto la cattiveria delle persone, i colpi bassi, gli interessi personalistici ed economici. Di positivo, c'è stato, finora, l'aver mandato in porto svariate proposte, nate assieme ad un gruppo di amici ugualmente intraprendenti e ispirati.

Sei fra i fondatori dell'Associazione “Il Coraggio di Cambiare”. Come nasce e si sviluppa l'idea?    Eravamo un gruppo desideroso di uno spazio in cui fare cultura in modo indipendente, in un mix eterogeneo di persone, di storie, di età. Così,  rimboccate le maniche, ci siamo messi in gioco, e oggi siamo una realtà svincolata da qualsiasi partito e progettualmente piuttosto attiva, che organizza circa una quindicina di iniziative all'anno. Abbiamo in cantiere, per esempio, un film su Giuseppe Castagnetti,un modello di uomo autentico, fondante per chi intere fare politica, e purtroppo ancora poco conosciuto.

Credi che la tua generazione, quella dei neo trentenni, lo possegga, questo “coraggio”?    Ci hanno definito in tanti modi: “generazione x”, “bamboccioni”, “generazione erasmus”; l'ultima che ho sentito é “generazione bim bum bam”. Ma a prescindere da qualsivoglia etichetta, credo che alla mia generazione, questo coraggio, non manchi. Il difetto è, semmai, nella consapevolezza dei propri mezzi: anziché chiedere garanzie dovremmo cominciare a scommettere su noi stessi. Abbiamo valori e talento. Dovremmo “solo” non farci abbattere dallo sconforto di tempi così poco certi.
Guardo a Mark Zuckenberg, l'inventore di Facebook, e a Larry Paige, quello di Google, ad esempio, e mi dico che il mondo, i giovani, possono cambiarlo davvero. Stay hungry stay follish, diceva qualcuno: facciamone il nostro motto sul serio, più contemporaneo di ogni altro slogan del secolo scorso (che le magliette di Che Guevara, oramai, hanno fatto il loro tempo).

L'ultimo libro letto e quello che più ti rappresenta.    "L'ultimo lupo" di Mino Milani mi rispecchia moltissimo, raccontando una storia semplice ma carica di significato. Un po' come la mia infanzia, insomma. Inoltre, sono affascinato dal genio creativo di Wilde, dal suo modo di raccontare la vita, i rapporti. I suoi personaggi mi fanno riflettere. L'ultimo libro che ho letto, invece, é "Rivoluzione numero 9" di Silvio Muccino e Carla Vangelista.

E se a raccontarti dovesse essere un disco, una canzone?    Ascolto di tutto, ma i cd che più mi rappresentano meglio sono "Fuori come va?" - un disco che parla di leggerezza – di Luciano Ligabue, e "Then comes the sun" di Elisa, che associo ai miei tanti viaggi. La canzone che ascolto di più in questo periodo è Charlie Brown dei Coldplay.

Passioni extra lavorative?    Mi piace correre e spero, prima o poi, di riuscire a partecipare alla maratona d'Italia. Amo anche giocare a calcio (sono tifoso del Milan!) e andare allo stadio, quando posso.
E poi, ci sono la politica (sono occupato a livello regionale nell'Alleanza Per l'Italia, il nuovo partito di Rutelli e Tabacci) e lo studio della giurisprudenza (m'appassiona leggere sentenze e curiosare, con un po' di tempo libero, tra documenti legali).
Infine, la musica e l'arte: apprezzo le mostre e mi capita spesso di riappropriarmi di vecchi spartiti e suonare (la musica é un'altra delle grandi eredità di mio nonno!).

Ambizioni future?    Come ho detto prima, sono una persona curiosa, che ama variare. Ho nel cassetto un racconto che  potrebbe diventare un libro, chissà, e vorrei girare un cortometraggio. E soprattutto viaggiare, perché è solo così che si allargano le proprie vedute. Mi piacerebbe fare tappa a New York e visitare l'Argentina. E magari partecipare a una scuola di formazione politica in Inghilterra, dedicando qualche anno alle istituzioni europee.
Per ora, però, penso in piccolo, al territorio in cui abito, per riportarlo al posto che merita d'essere, brioso e all'avanguardia com'è sempre stato.