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ABBIAMO INCONTRATO E INTERVISTATO LO SCRITTORE SPAGNOLO ANDRÉS TRAPIELLO, vincitore del premio Nadal 2003 con il romanzo “Gli amici del delitto perfetto”, a Milano, dove è venuto a presentare il suo libro all’Istituto Cervantes.
La cornice del suo romanzo è quella del giallo, si parla molto di giallo, si teorizza sul giallo- in realtà è un romanzo drammatico sulla guerra e le conseguenze della guerra. Perché la scelta della cornice gialla? Perché ne avevo bisogno. Perché volevo scrivere una storia importante e avevo bisogno di controbilanciarla con una storia poliziesca, un genere più leggero, di divertimento. Volevo raccontare una cosa molto seria, parlare della guerra civile e dei crimini rimasti impuniti. Ci sono stati tanti crimini durante la guerra civile, ma forse ce ne sono stati di più dopo la fine della guerra, con l’aggravante che dopo la guerra furono commessi con l’avvallamento dello stato. Le vittime furono soprattutto della sinistra perché il franchismo fu un regime estremamente repressivo. C’è una difficoltà a parlare della Guerra Civile in Spagna, la gente è stanca di sentir parlare della Guerra Civile e per questo avevo bisogno di una trama leggera.
Si parla degli investigatori come dei cavalieri erranti del giallo: il thriller è un nuovo tipo di romanzo cavalleresco? In un certo senso il libro è un omaggio a Cervantes- anche il Don Chisciotte è un libro divertente che parla di cose serie. La struttura de “Gli amici del delitto perfetto” è simile a quella del Cervantes: il cavaliere del Cervantes è il detective, un uomo solo, qualcuno che insegue la giustizia assoluta, ferito sentimentalmente, non apprezzato. Era evidente la similitudine tra il Chisciotte e il romanzo poliziesco.
Da una parte la finzione letteraria, con gli scrittori riuniti per teorizzare sul giallo, dall’altra parte l’azione, con la Guardia Civil che tenta il colpo di stato: è una maniera per sottolineare la passività con cui vengono vissuti certi momenti politici decisivi? Anche il colpo di stato fa parte della parodia. Dopo un inizio drammatico di cinque ore, il colpo di stato del febbraio 1982 fu una parodia. Volevo segnalare questo momento in cui c’era stata una possibilità di vendetta e di ristabilire la giustizia. Era un evento drammatico e anche ridicolo.
Sam Spade rappresenta il romanziere che vive nei suoi romanzi tanto quanto nella realtà; la finzione letteraria tracima nella sua vita: qual è la sua –dello scrittore Trapiello- idea dello scrittore? E’ un’idea molto cervantesca. Don Chisciotte impazzisce leggendo romanzi di cavalleria e Sam Spade impazzisce scrivendo romanzi polizieschi. Il mio caso: scrivo molto, non c’è per me molta differenza tra vita e letteratura. A volte mi chiedono se devo rinunciare a vivere per scrivere. Ma scrivere è la vita, è una maniera di vivere, non sono due cose diverse. La letteratura può solo essere vita e la vita può solo essere letteratura. Non intendo una letteratura che possa non essere vita. Preferisco un romanzo imperfetto ma vivo ad un romanzo perfetto ma morto.
Don Luis si è macchiato di crimini di guerra e il giovane Poe ricorda quello che ha detto uno dei cacciatori di nazisti, che non si può perdonare in nome di morti. Non c’è prescrizione per i crimini di guerra? No, non deve esserci prescrizione per nessun crimine. I morti non possono difendersi da soli, in nome di chi si possono perdonare i colpevoli? Non si può dimenticare, non si può perdonare senza prima aver giudicato i colpevoli, senza che prima questi abbiano riconosciuto i crimini di cui si sono macchiati.
Un altro personaggio dice, “basta con la Guerra Civile!” Ci vuole tanto tempo perché la Spagna riesca a rielaborare il passato perché la guerra civile è terminata con un’altra epoca buia, quella del franchismo? Il franchismo è stato un lungo periodo durissimo, quarant’anni sono tanti perché la gente rinunci ad essere felice. La gente viveva ugualmente, era più o meno felice. La lotta antifranchista era combattuta da una minoranza. Dopo la brutale repressione alla fine della Guerra Civile la gente non aveva più voglia di lottare, la gente voleva fare la sua vita. Dopo la morte di Franco, esplose un sentimento così grande di libertà, fu come un immenso respiro, come se si fosse vissuto per quarant’anni senza ossigenazione. E uscirono mille libri sulla guerra , perché per quarant’anni non se n’era potuto parlare. I crimini di cui parlo nel mio romanzo erano ancora irrisolti.
L’idea della giustizia poetica: è Raskolnikov che aveva i mente creando il personaggio del giovane Poe? No, il personaggio di Poe è parzialmente autobiografico, è un giovane che ha molto di me. No, non assomiglia a Raskolnikov- non mi piace “Delitto e castigo”- ma a me stesso: nella gioventù ho militato nell’estrema sinistra, anche se la mia vita personale non è stata come quella di Poe, anche io ho vissuto da solo a Madrid, come lui avevo un carattere taciturno e un po’ misterioso. Anche in Paco c’è una parte di me. Diciamo che la parte seria di me è in Poe e la parte parodistica è in Paco.
E la giustizia poetica? E’ ovvio che molti dei delitti siano fuori della mano della giustizia. Il problema che pone il romanzo è se abbiamo il diritto di farci giustizia da soli, quando la giustizia non è presente. Personalmente penso di no, perché la vendetta genera più ingiustizie, la vendetta è giustamente rapida ma è un’ingiustizia. Si ricorre allora alla giustizia poetica, è come un asso nella manica, qualcosa che io posso fare come romanziere perché faccio quello che voglio: la Giustizia poetica è quanto ci sia di più vicino alla vendetta senza smettere di essere giusto. E’ una vendetta che il caso commette in nostro nome.
Marilia Piccone 27-11-2004
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