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INTERVISTA A MELISSA SENATE, AUTRICE DI NON C'È 2 SENZA 3
L'autrice di 'Non C'è 2 Senza 3' si racconta a Stradanove
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ABBIAMO PARLATO CON MELISSA SENATE, BRUNA E SORRIDENTE, CON UN’ARIA MOLTO mediterranea, della chick-lit, del suo libro e della sua esperienza personale che ha dato spunto al suo romanzo.

Si parla molto della “chick-lit”, ovvero la “letteratura per pollastrelle”, e della “Red Ink Dress”: che cosa c’è di diverso tra questi romanzi e quelli che si chiamavano, una volta, “romanzi rosa”?
   Penso che i romanzi rosa fossero più sentimentali, le trame fossero più basate su storie d’amore, rapporti uomo-donna, mentre la “chick-lit” è più centrata sulla donna stessa. I romanzi della chick-lit e della Red Ink Dress tendono ad essere storie di giovani donne a cui succede qualcosa, che si trovano in determinate situazioni che provocano in loro un cambiamento, una crescita. Si rendono conto che devono gestirsi da sole, essere indipendenti- sono storie di un viaggio individuale della donna.

Non c’è qualcosa di negativo nella denominazione “chick-lit”?
   Dipende con chi si parla di questo genere. All’inizio non pensavo ci fosse niente di negativo, in America la parola chick può essere interpretata in modo positivo o negativo, e questi sono libri “trendy”, del nostro tempo, libri giovani per giovani. Adesso però il termine viene usato con un tono di condiscendenza, ad indicare dei libri che solo le donne leggono, perché parlano di cose di donne, acquisti, amore, chiacchiere femminili. Anche le copertine possono dare un’idea di leggerezza, ma sono molto attraenti, in verità. E così questi romanzi non trattano solo di argomenti superficiali, ma anche di problemi importanti, sempre in maniera piacevole, però. Trovo fantastico che una donna che vive a New York scriva una storia che può leggere una donna in Italia, riconoscendosi in quella storia.

Perché tante donne leggono questi libri? E però un uomo non leggerebbe mai un romanzo della chick-lit.
   Ho degli amici che hanno letto i miei libri e mi hanno detto che li hanno trovati molto ben scritti e che hanno insegnato loro qualcosa sulle donne, su come pensano, su quello che vogliono da un uomo. E le donne trovano se stesse in questi romanzi, le loro paure, i loro sogni. E poi sono libri facili da leggere e divertenti, ti fanno sentire felice.

E perché lei ha iniziato a scrivere romanzi per donne?
   E’ capitato che alla Red Ink Dress cercassero dei libri da pubblicare, su donne che vivono in città. Abitavo a NY, ero single, uscivo con un ragazzo e volevo scrivere della mia esperienza: la situazione di una donna giovane che è piena di desideri, che è arrivata ad un punto della vita in cui si sente confusa su quello che vuole. Volevo fare carriera, avere una promozione sul lavoro, avere i soldi per comperarmi dei vestiti, per affittare un appartamento in una casa con ascensore senza dieci rampe di scale da fare. Volevo scrivere un libro che riflettesse la mia vita e quella delle altre ragazze come me, scrivere nella voce con cui si parla all’amica del cuore.

Mi è già capitato, leggendo altri romanzi, di riflettere che- modificando le parole di Jane Austen- bastano tre o quattro sorelle per offrire materiale per un romanzo: ci sono tre sorelle in “Non c’è due senza tre”.
   Per me era diverso scrivere di tre sorelle piuttosto che di tre amiche, perché le sorelle si conoscono da tutta una vita, c’è un legame di sangue, c’è una storia di famiglia in comune, non ci possono essere dei problemi gravi tra sorelle. Le sorelle sono sempre lì, io ho una sorella con cui posso parlare in una maniera bellissima, che non è la stessa con cui parlo a mio fratello.

Infatti, proprio come non riesco a immaginare degli uomini che leggano della chick-lit, non riesco neppure a immaginare dei fratelli che siano così di aiuto l’uno all’altro come lo sono le sorelle.
   E’ vero. Quando vedo insieme mio marito e suo fratello, sembra sempre che si odino, sono un poco sarcastici, forse sono gli uomini che si parlano così. Sono amici ma la maniera in cui si rapportano l’uno all’altro è molto diversa.

Ho percepito un messaggio leggermente ambiguo nel libro: le donne dovrebbero essere indipendenti, reggersi sulle proprie gambe, fare carriera, e poi Sarah resta incinta al secondo incontro e sembra che voglia disperatamente sposarsi, proprio come le ragazze di una volta.
   Pensavo di essere realista, perché Sarah è innamorata di Griffen e io mi ero trovata in una situazione come la sua. Volevo scrivere da questo punto di vista, di una donna indipendente che però, quando si trova incinta, è spaventata all’idea di essere da sola, vuole che ci sia qualcuno che voglia bene al bambino insieme a lei. E tuttavia volevo che alla fine fosse chiaro che a lei non bastava che lui facesse la cosa giusta, sposandola, voleva che lui la sposasse perché la amava. Questa è stata anche la mia esperienza: conoscevo il mio ragazzo da due mesi quando sono rimasta incinta. Ho deciso che non era l’uomo per me e ho rotto con lui. Ho deciso che ce l’avrei fatta da sola, che sarei stata una madre single. Avevo fatto un sacco di ragionamenti secondo cui lui non era l’uomo giusto per me: è un artista, non guadagna, certo non era l’uomo che ai miei genitori sarebbe piaciuto come marito per me. Poi mi sono accorta che l’amavo e niente altro aveva importanza. L’amore mi ha fatto cambiare idea sui ruoli tradizionali dell’uomo e della donna nella coppia, la donna può essere quella che mantiene la famiglia e l’uomo può essere quello che sta a casa. Ci siamo sposati sei mesi fa e il nostro bambino ha quasi due anni. Ma io non avevo bisogno di un uomo che mi salvasse, avevo bisogno di un compagno per la vita.

Le donne che lavorano: i giornali – anche il Time di questa settimana- sono pieni di articoli che parlano delle donne che “tornano” a casa, lasciando il lavoro per i figli. E’ un grosso problema.
   Sì, io sono stata molto fortunata, ho avuto il meglio. Lavoro da casa, nel mio studio, ho una baby-sitter che si occupa del bambino quattro ore al giorno e mi permette di lavorare con tranquillità. Ma in genere è una scelta dura da fare: le donne hanno lottato per fare carriera, per svolgere il lavoro per cui hanno studiato e che piace loro e poi hanno dei figli e vogliono passare del tempo con loro, occuparsi di loro. Io non vorrei mai stare lontana da mio figlio: anche adesso, per venire in Italia, ho accettato di stare via solo per quattro giorni. Mio marito mi diceva, “ma sei pazza, vai in Italia”, ma io non riesco a stare lontana dal bambino. Un uomo sente diversamente, ha un legame diverso con i figli. Ma è un grosso problema, e in America la copertina del Time, con il bambino che guarda con aria supplicante verso una mamma che non si vede, è stata molto criticata.

Melissa Senate, Non c’è 2 senza 3, Ed. Harlequin Mondadori, trad. Maria Pia Smiths Jacob, pagg.291, Euro 13,00

Marilia Piccone  23-05-2004

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