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SI FA UN PO’ DI FATICA A RICONOSCERE SVEN REGENER AVENDO VISTO UNA SUA FOTO, perché adesso porta i capelli più lunghi e, tutto sommato, assomiglia molto a come immaginiamo che sia il signor Lehmann. Eppure lui ci dice che il suo non è un personaggio autobiografico, tanto per incominciare perché è più vecchio del signor Lehmann. E allora parliamo con lui di questo signor Lehmann e del romanzo che lo ha per protagonista.
In Italia parlare dei trentenni è di moda, il loro comportamento è stato il soggetto di film di successo. E’ la stessa cosa anche in Germania? No, in Germania c’è il fenomeno dei ventenni che parlano dei problemi dei ventenni. Però, avendo io quarant’anni quando ho scritto questo libro, se avessi parlato dei ventenni sarei stato un poco sospetto. E’ vero che il signor Lehmann compie trent’anni alla fine del libro e, siccome il libro è stato accolto molto bene, vuol dire che ho toccato un punto delicato. Ma il fatto che il signor Lehmann compia trent’anni non è determinante per lui, non è particolarmente importante, sono gli altri che lo considerano così e sono gli altri che esercitano una certa pressione su di lui. Il signor Lehmann difende il suo modo di vivere, la sua attività, i suoi interessi. Sono gli altri che dicono “adesso compi trent’anni e quando si compiono trent’anni deve succedere qualcosa.” Gli altri non hanno le idee molto chiare su come deve essere la loro vita, il signor Lehmann è un caso speciale. Oggi la visione della vita e della propria professione sono diverse da come erano in passato e i giovani non sanno che modello seguire, non sanno che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato. Una volta le cose erano più semplice, si diceva a uno “impara un mestiere e cerca di vivere il meglio possibile”. Il signor Lehmann ha seguito questo modello, ha un diploma di spedizioniere, ma non svolge poi questo lavoro e va a Berlino per fare un lavoro diverso.
In genere c’è un tono di critica da parte delle generazioni più vecchie verso i trentenni che sembrano restare in una sorta di Limbo. Forse, però, li si potrebbe considerare in un’altra maniera, positivamente. Forse il loro atteggiamento è un modo coraggioso di affrontare una realtà senza certezze. E’ un’osservazione acuta. E’ vero che il signor Lehmann non ha sicurezze, come la maggior parte dei suoi amici. Però non è un parassita, lavora molto, fa bene il suo lavoro, ha una certa flessibilità, il che significa che, se decidesse di fare qualcosa di diverso, ne ha la possibilità. Per lui è una sorpresa scoprire che i suoi genitori non sono critici nei suoi confronti. E una volta che non sente più la pressione su di sé, si sente più libero.
Forse il mio punto di vista non è obiettivo, ma mi sembra che le ragazze trentenni siano più determinate, anche nel suo romanzo. E’ così? Sì, è vero. Per me era importante avere un personaggio che facesse da controfigura al signor Lehmann. Kathrin è decisa, sa quello che vuole, non fa concessioni, mantiene le sue posizioni anche se è innamorata. Mi sarebbe piaciuto che questo rapporto continuasse, ma non è andata così, pazienza.
Il rapporto del signor Lehmann con i genitori: teme il loro giudizio, ma si è allontanato da loro. In Italia, anche per motivazioni economiche, i giovani continuano a vivere in casa, nella situazione di “figli”. Il signor Lehmann si sente sempre “figlio”, ma il romanzo si svolge a Berlino Ovest e questo fornisce una componente psicologica che non è da sottovalutare. Quelli che lasciano la loro città – il signor Lehmann viene da Brema- lasciano anche dietro di sé il loro passato. Per andare a Berlino c’erano due confini da superare, quello della Germania Est e poi quello per entrare in Berlino, era come se uno si esiliasse. Chi abitava a Berlino doveva rimuovere l’idea del muro per riuscire a vivere e, insieme, rimuoveva anche il proprio passato. Però, come vediamo nell’incontro, il signor Lehmann è ancora molto legato alla sua famiglia. Quanto ai figli fuori di casa, in Germania è più comune e forse è più facile, sia perché i giovani vogliono andarsene, sia perché i genitori li spingono fuori. Adesso sto lavorando a un altro libro in cui il protagonista è il signor Lehmann dieci anni prima, e uno dei temi del romanzo è proprio le strategie dei genitori per mandare via di casa i figli.
C’è qualcosa di autobiografico nel signor Lehmann? No, al di là del fatto che anche io vengo da Brema e abito a Berlino, ma uno deve scrivere di quello che sa e di quello che conosce. Il signor Lehmann ha un carattere diverso dal mio. A volte mi piacerebbe avere i suoi atteggiamenti. Forse compaio nelle figure secondarie, nei personaggi che fanno musica.
Nel romanzo c’è una specie di dissonanza tra il grande avvenimento epocale della caduta del muro di Berlino, di cui però nessuno parla fino alla fine, e le vicende del signor Lehmann che non sembra avere molto interesse per la politica. E’ vero, però, la settimana prima della caduta del muro, al signor Lehmann erano successe delle cose che gli avevano scosso la vita: era finita la sua storia d’amore e il suo amico più caro aveva avuto dei problemi. D’altra parte nessuno si rendeva bene conto di che cosa stesse per succedere. A Berlino Est si avvertiva un certo nervosismo, si sentiva qualcosa nell’aria, ma se pensiamo che nell’89 tutti pensassero che il muro sarebbe caduto, be’, non era così. Non si pensava affatto che fosse imminente. La gente aveva operato un esercizio di rimozione per poter convivere con il muro. Il signor Lehmann è così preoccupato con i suoi problemi personali che perde di vista quelli generali. Certo, è ignoranza, ma non sarebbe stato possibile vivere altrimenti, senza questa rimozione. Soprattutto a Berlino Est i limiti della vita quotidiana erano molto più severi e questa ignoranza dava luogo a situazioni di isterismo. Berlino Est era una città isterica, era un modo strano di vivere, difficile da giudicare. Chi provava interesse per quello che stava succedendo, aveva poco margine di manovra. Se a Berlino Ovest c’era poca possibilità di azione, a Berlino Est si stava a guardare.
Sono passati quasi 4 anni dalla caduta del muro. All’inizio si è parlato e scritto molto della difficoltà di integrazione tra “Wessi” e “Ossi”. Come è la situazione adesso? Difficile a dirsi, ma non mi sembra ci siano molti problemi di comprensione, non di più di quelli che ci possono essere fra uno che abita a Brema e uno che abita a Monaco. Ci sono stati grossi cambiamenti storici anche in Polonia o in Cecoslovacchia e mi pare che le popolazioni abbiano più difficoltà ad integrarsi dei tedeschi della Germania Orientale.
Lei è passato dalla musica alla scrittura: che cosa l’ha spinta a scrivere questo romanzo? Non c’è una contraddizione fra le due cose. Avevo questa idea di scrivere un romanzo, ci ho pensato per un po’ di tempo, poi ho sviluppato questa idea e l’ho scritto. Ma continuo ugualmente la mia attività di musicista.
Sven Regener, Il signor Lehmann, Ed. Feltrinelli, trad. Belardetti e Sinisi, pagg. 213, Euro 15,00
Marilia Piccone 28-06-2003
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