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Come è nata l’idea di fare la giornalista? Io non volevo fare la giornalista, mi sono trovata per caso a farla. Nel 1974 già ero insegnante a Venezia e a Mestre. Sono arrivata a Roma perché mi sembrava il luogo più adatto per fare politica in maniera più intensa. Nel 1968 facevo parte del movimento studentesco di Trento, poi pasSEI a interessarmi di quello che succedeva nelle fabbriche di Porto Marghera. Era il 1969, l’autunno caldo, ed erano gli anni in cui nelle fabbriche si passava dalle famose S.A.S. (Strutture Aziendali del Sindacato) ai Consigli dei Delegati. Si venivano quindi a costruire i delegati di reparto che informavano tale struttura collegiale, nell’ottica di una unità sindacale che non decollò mai, se non per alcune categorie come i metalmeccanici e i chimici. Ci furono dei momenti di grossa unità. Mi sembrò che Roma fosse adatta per fare politica e l’occasione del servizio militare di mio marito mi portò da queste parti. Pian pianino sono arrivata al femminismo, perché secondo me il protagonismo femminile è quello che contenuti più radicali e più radicati nelle coscienze. Io ero convinta che gli individui dovessero dire la storia che stavano facendo e che quindi fossero i protagonisti della storia a doversi raccontare. Abbiamo iniziato all’”Italsider” di Porto Marghera un giornaletto che spiegava le idee e i cambiamenti che, secondo delegati, bisognava attuare in fabbrica. Era un giornaletto molto artigianale, fatto con i ciclostili con matrice a cera, della grandezza di un foglio per scrivere, piegato a metà. Allora non c’era affatto l’idea di diventare giornalisti per acquisire uno status sociale. Il giornalismo era uno strumento che ti permetteva di passare dei messaggi, organizzare le situazioni, ecc. Quello che a me è sempre piaciuto fare è la sindacalista. Sono arrivata a “Radio Città Futura” insieme a Rossellini e a Savelli. Eravamo in tutto nove ed abbiamo dato vita ad una cooperativa in cui io ero l’unica donna. Mi occupavo di cronaca sindacale, e avendo raggiunto un ruolo dirigenziale, favorii la nascita di una radio-donna. Funzionava quattro ore la mattina, e vi si raccontava tutto ciò che accadeva all’interno del movimento femminista romano. Quando ero a “Paese Sera” mi hanno chiamato le donne del PCI e mi hanno chiesto di dare vita al foglio “Il Paese delle Donne”, che attualmente dirigo
Quali sono le difficoltà che hanno ostacolato la sua carriera? Gli ostacoli sono quelli che si frappongono tra un’idea che tu hai di giornalismo e il giornalismo omologato. L’organizzazione del lavoro in una certa maniera, l’impaginazione e la titolazione fatte in modo che magari nega il pezzo che vai scrivendo, l’inserimento del tuo pezzo in mezzo a tanti altri che non c’entrano niente: questi sono alcuni gravi ostacoli. L’altro ostacolo è quello di genere, nel senso che l’organizzazione del lavoro all’interno delle redazioni è strutturata in maniera talmente verticistica e piramidale che devi operare tanti e tali sgomitamenti, che non hai più una vita personale. Io non voglio rinunciare alla mia identità, che si costruisce anche nella redazione personale dei pezzi. I giornali sono molto più vivaci se all’interno la struttura dirigente è in grado di mediare i conflitti, perché da essi nascono le idee e si realizza la diversificazione del prodotto
Cosa ritiene sia più difficile fare per una donna in questo mestiere? La stragrande maggioranza delle donne sceglie la cultura, e non fa l’inviato di guerra, perché così può conciliare la propria vita con il lavoro. Negli altri campi la competitività è talmente alta per cui è difficile condurre una vita tranquilla, anche nel privato, oltre che nel sociale
Quanto conta l’immagine maschile e quanto quella femminile nel giornalismo televisivo? L’immagine femminile è emersa in maniera straripante. Le giornaliste in video hanno un’immagine spesso stereotipata, per questo diventano “signorine buonasera”. Diventano delle speakers, anche se talvolta dissentono con la mimica facciale da ciò che stanno pronunciando. Oppure addirittura esercitano il giudizio con la battuta
Quale è la strada che lei ritiene più giusta per accedere al giornalismo? Io sono convinta che con le nuove tecnologie e con l’istruzione di massa tutti sappiamo scrivere. Tra l’altro il processo di evoluzione della lingua è rapidissimo, anche per l’interrelazione delle culture e delle esperienze. Secondo me bisogna costruire le situazioni, soprattutto attraverso internet, in cui ognuno si racconti e chi legge si rapporti direttamente con l’emittente, senza la mediazione del giornalista. La figura del giornalista dovrebbe essere quella di colui che organizza questi strumenti della comunicazione. Oggi per entrare in qualsiasi giornale devi essere amico del direttore. Se non lo sei, o se rifiuti di esserlo, a cinquanta anni sei ancora un articolo due a un milione e mezzo di stipendio mensile
Quali sono per lei i requisiti indispensabili per fare il giornalista? L’attenzione agli altri, la curiosità, la capacità di ascolto, la capacità di cogliere immediatamente quali sono i bisogni dell’altro
Quale è a suo giudizio il ruolo della formazione universitaria e delle scuole professionali di giornalismo? Per lo meno non ti fanno sbagliare i congiuntivi! L’Università può servire se incontri persone che ti danno un metodo su come operare nella professione, e ti facciano anche e soprattutto capire i pro e i contro dell’attività giornalistica
Che tipo di incarico pensa sia più difficile attribuire ad una donna? Il direttore, tanto che chi è direttore non osa neanche chiamarsi direttore o direttrice perché ha una carica. L’essere donna in quel posto lo sente in maniera talmente negativa che deve nominarsi al maschile. Si vergogna, come gli uomini si vergognano di entrare nei luoghi femminili. Sovente le donne usano il “bilinguismo”: con le donne parlano ed hanno comportamenti in un determinato modo, mentre non osano c9ontaminare il mondo maschile con la propria cultura. Quando io per questioni di tempo ero costretta ad allattare mia figlia in redazione molti, e indistintamente dal genere, erano le rimostranze
Che tipo di qualità rivela la donna rispetto all’uomo nel giornalismo? L’attenzione agli altri. Sono molto più attente le donne rispetto agli uomini proprio per l’esercizio nei secoli al lavoro di cura. Quando si trovano di fronte a delle persone, a dei fatti sono molto più curiose, molto più attente ai soggetti più che all’accadimento in sé. Tendono all’opinionismo quando invece dovrebbero dare voce alle protagoniste e ai protagonisti del fatto. Fanno un po’ come le madri che sono molto attente e premurose verso i figli, però parlare devono farlo sempre loro. Non accettano il protagonismo della persona alla quale rivolgono la cura e le attenzioni. Nella qualità del lavoro spesso sono pignole e molto attente, perché devono superare il senso di disvalore che hanno di sé e che gli viene rigettato dall’interno. Devono essere tre volte più brave per superare il complesso di inferiorità rispetto agli standards organizzativi
Perché, secondo lei, le donne sono affidate sempre più spesso alla conduzione dei telegiornali? Perché sono carine, fisicamente più appetibili allo sguardo maschile, ma anche a quello femminile. Perché nell’immagine della donna c’è in qualche modo un ritorno ancenstrale al volto materno. C’è sia nelle donne, si negli uomini, accettazione e simpatia per il volto femminile, perché i volto della mamma è stato riferimento nell’infanzia di entrambi
Quali sono gli aspetti negativi del nostro modo di fare giornalismo? Uno di essi è l’invasione della politica. Soprattutto nel passato c’è stata molta attenzione alle ideologie, piuttosto che alle idee, alle battaglie politiche, piuttosto che ai fatti che accadevano o che stavano accadendo; ai palazzi piuttosto che alla società. Le pagine culturali sono il simbolo del giornalismo italiano, soprattutto nelle pubblicazioni di sinistra, come nei grandi giornali nazionali. Sono scomparse molte categorie culturali come l’arte, l’opera, la letteratura è ridotta all’osso. Ciò va visto anche in relazione all’avvento della radio e della televisione. C’è poi il problema economico: nessun giornale è in grado di riequilibrare il proprio bilancio nel rapporto tra domanda e offerta. Non si scrive mai riferendosi ad un ipotetico lettore, perché l’esistenza del giornale viene garantita dal finanziamento pubblico da una parte, ma soprattutto da quello pubblicitario, attraverso giochi di investimento. Si fa un prodotto per chi lo commissione, non per chi lo consuma. Siccome il prodotto giornalistico è talmente scadente e talmente uguale a se stesso per garantirsi una fetta di mercato accludono i gadjets. Se fosse solo per il giornale le vendite sarebbero drasticamente ridotte. Siamo in una situazione di economia virtuale: come già detto, non si incrocia la domanda con l'offerta"
Alessandro Marcocci 16-11-2000
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