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SEI GIORNALISTE ALLO SPECCHIO
PIA LUISA BIANCO (DIREZIONE “LIBERAL”) 11 MARZO 1998
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Perché ha deciso di fare la giornalista?
   Io ho iniziato a fare la giornalista per caso, ero convinta che mi sarei dedicata alla ricerca universitaria. Fin da quando ero studentessa avevo cominciato a scrivere su varie riviste e mi sono via via innamorata di questa professione. Anche il giornalismo è comunque ricerca. La spinta, la curiosità, il vedere come sono le cose, il piacere di ricostruire le vicende sono elementi comuni che hanno contribuito alla mia scelta. Ho cominciato con delle riviste di carattere culturale dove scrivevo degli articoli a sfondo intellettuale, quasi dei saggi, allo stesso tempo collaboravo a Rai tre con Enzo Forcella. Poi ebbi modo di collaborare con alcune riviste del gruppo Rizzoli, tra cui l’”Europeo”, dove sono rimasta per tanti anni, e li mi sono innamorata della professione perché ho scoperto quanto la ricerca nel campo giornalistico è interessante. Mi occupavo della cronaca politica

Quali difficoltà ha incontrato nell’accesso alla professione?
   Nessuna. Ho sempre vissuto in redazioni molto maschili, perché nel giornalismo politico le donne sono ancora molto poche. Quando mi occupavo di politica, ero ancora abbastanza ragazzina, non ce ne erano affatto. C’erano solo firme di donne già mature come Lietta Tornabuoni, Miriam Mafai e Barbara Palombelli, che è quasi della mia generazione. Le donne erano molto poche per un fatto statistico. Il giornalismo è un lavoro molto oneroso perché presuppone una attenta ricerca, che difficilmente si concilia con orari precisi e con la famiglia. Il giornalista ai tempi del mio esordio e di quelli della mia generazione, era spesso con la valigia in mano. Le donne hanno storicamente l’handicap di avere il problema della famiglia e dei figli e quindi sono state storicamente inserite più tardi in questa professione. Quando facevano le giornaliste si occupavano per lo più di cultura, spettacoli, moda, cioè di quelle cose che non hanno l’urgenza della realtà. Se la crisi di governo scoppia all’improvviso e ci sono giorni di tragedia parlamentare, oppure se c’è il tracollo di Wall Street, questi grandi eventi non rispondono alle esigenze di una vita a orario

Non ritiene quindi che ci sia stato un predominio maschile in taluni settori del giornalismo?
   C’è un predominio di fatto, statistico. Le donne non facevano questo mestiere, come non facevano i medici, i piloti di aerei, gli ingegneri. Tutti mestieri che richiedono una disponibilità totale e la capacità di considerarsi persone senza affetti, senza famiglia, senza bambini che hanno l’influenza. Questa era la condizione del lavoro maschile. Poi con il tempo e anche con la maturazione della società si è allargato il numero di donne emergenti nel giornalismo. E’ un gioco di numeri, non è una questione culturale, che è ormai superata. Una volta si, era culturale, ma aveva una base di fatto, era incardinata nella struttura della società. Non è che gli uomini “cattivi” non volevano far entrare le donne nel mestiere, ci mancherebbe altro

E’ comunque il rapporto con il potere quello che conta?
   Il potere non è nella mansione. Il gruppo Dow Jones è gestito da una donna, che relativamente giovane, come pure il gruppo del Financial Times. Abbiamo gruppi editoriali che si fondano sul prestigio di figure femminili

Parliamo comunque di una situazione esterna all’Italia?
   Si ma solo perché l’Italia è in ritardo culturalmente, politicamente, imprenditorialmente rispetto agli altri paesi dell’occidente, lo stesso ritardo ce l’ha in altri settori. Immaginare che le donne siano poche perché il potere è stato tradizionalmente esercitato dagli uomini, che hanno con sfrontatezza tentato di tenerle fuori mi sembra una visione riduttiva e comunque ormai smentita dai fatti

Come concilia la sua carriera con la vita familiare?
   Con grande prezzo personale perché in ogni caso la vita fuori di casa comporta delle rinunce nel campo privato, però io con il passare del tempo mi sono convinta che le rinunce che fanno le donne sono assolutamente uguali a quelle che fanno gli uomini. Anche gli uomini che hanno una posizione di primissimo piano, in qualsiasi settore, hanno una vita privata e famigliare ridotta all’osso e continuamente in conflitto, bonario, con i propri partners. Ciò che è importante in una coppia è che le due persone capiscano e rispettino lo spazio dell’altro. Noi tendiamo a immaginare tradizionalmente la visione di vita di coppia in cui c’è la donna che arriva presto a casa e reclama al marito lo spazio affettivo che le è presumibilmente negato. Potrebbe anche essere l’inverso. Credo però che si tratti di una questione di savoir faire dei due partners nell’organizzarsi per capirsi

Quale incarico ritiene che si ancora oggi difficile da attribuire ad una donna e perché?
   La Presidenza della Repubblica! Nell’ambito giornalistico nessuna. Io sono l’esempio vivente. Quando sono diventata direttore dell’ “Indipendente” tutti mi intervistavano, siccome sono stata anche il primo in Europa, mi intervistavano i giornali dell’occidente. Io non immaginavo tutto questo. Mi ricordo che quando venivano nominati direttori i miei colleghi si scrivevano due righe a piedi pagina sui quotidiani e basta. Io ritenevo che a me sarebbe dovuto accadere la stessa cosa, invece mi colpì il caso televisivo. Fui inviata perfino a “Domenica in” quando c’era Pippo Baudo: fui trattata come una star, come un fenomeno da baraccone. Io non me ne capacitavo

Che tipo di qualità rivela la donna rispetto all’uomo nel giornalismo?
   E’ una questione individuale, non di sesso. Ci sono caratteri più portati all’analisi, altri più alla sintesi. C’è chi sa scrivere di più e chi sa cercare tante notizie, ma ciò non dipende dal sesso

Perché le donne sono sempre più spesso affidate alla conduzione dei telegiornali?
   Perché sono gradevoli e perché la donna dà una immagine di cura ed ha appeal. Questo è comunque un fenomeno italiano, nelle televisioni del resto del mondo non si può dire che ci siano più conduttrici. Il mercato dell’informazione televisiva è più recente e quindi abbiamo bisogno di farci notare

Quali sono a suo giudizio i mali del giornalismo italiano?
   Moltissimi. Ci sono mali che affondano in radici storiche. Il nostro giornalismo è conformista. Negli ultimi anni lo è molto meno, ma l’uscita dal giornalismo conformista e cloroformico si è solo in parte realizzato. L’Ansa è nata da un consorzio di testate: “L’unità”, “Il Popolo”, “L’Avanti”, “La Voce Repubblicana”, “L’Umanità”, cioè le grandi testate di partito che nel primo dopoguerra avevano una funzione di surrogato della stampa in senso più lato, perché erano i partiti antifascisti nel trend del momento. Ciò rivela una vocazione all’appartenenza politica dell’informazione ed al conformismo pubblico. Da noi l’idea che la stampa sia un mercato aperto in cui ci si misura con cose che si hanno da dire, anche in una civile guerra tra le parti, non c’è

Ma lei ritiene di essere fuori da questo sistema?
   Io mi sono sempre sforzata di fare il giornalista. Sono pure un’opinionista. Quando nel mio mestiere si esprimono opinioni si viene etichettati. Invece nel dibattito ideale non si viene giudicati in base a una etichetta, si viene giudicati in base alla bontà degli argomenti. L’unico tribunali di noi giornalisti è il lettore, non gli altri giornalisti.

Alessandro Marcocci  16-11-2000

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