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Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta ad intraprendere la professione giornalistica? Io ho iniziato prestissimo a fare la giornalista e non c’era una ragione ben precisa. Mi piaceva, mi divertiva, lo vivevo quasi come un gioco. Avevo diciotto anni e mi piaceva scrivere per i giornali. Nascevano allora le prime televisioni private che per me sono state l’occasione per avvicinarmi a questa professione e per avere la possibilità di imparare cose che non avrei potuto fare in nessun altro posto. La nascita delle televisioni private negli anni Settanta è stata anche una grande occasione per tanti giovani che volevano fare i giornalisti. Ho fatto molta televisione privata in quegli anni. Non pagavano, cercavano persone disposte a lavorare ed io lo facevo per gioco, però poi da un gioco è diventato un mestiere
Quali sono gli ostacoli che si sono frapposti nel realizzare questa sua scelta? Ostacoli veri e propri non ce ne sono stati. Posso comunque dire che l’accesso alla professione giornalistica non è una cosa semplice. Ci sono state tante difficoltà nell’avere contratti, ho fatto tanta gavetta prima di riuscire ad avere un contratto come praticante. Ci vuole una grande tenacia, una grande forza di volontà ed anche un po’ di fortuna. Ed infatti sono arrivata alla Rai con un po’ di fortuna e con delle circostanze che mi ero creata, lavorando già nelle televisioni private. Negli anni Ottanta dovevano partire le trasmissioni per la Terza Rete, dovevano quindi assumere delle persone: cercavano giovani ed in quel momento io già mi occupavo di televisione e già mi sapevo muovere nel mondo del giornalismo. Ho colto l’opportunità al volo. Sono entrata nel ’79 in Rai, a Milano, sono venuta a Roma nell’82, a seguito della chiamata dell’allora direttore del Tg1, Albino Longhi, che mi volle per condurre il telegiornale di mezza sera, quello delle 22,30
Quali sono i limiti che hanno ostacolato o reso più difficile intraprendere la sua carriera? I limiti sono insiti nel meccanismo delle promozioni in Rai. Questa è una azienda che per anni non ha ragionato secondo meriti, ma secondo logiche di appartenenza. Io in vent’anni ho visto passare davanti a me tantissime persone che probabilmente non erano più brave di me
Nella Rai, secondo lei, la bravura è l’eccezione o la norma? Ci sono bravi colleghi, ce ne sono altri che lo sono meno. Io in vent’anni ho incontrato colleghi che sanno fare il proprio mestiere, dai quali ho imparato molto. Ne ho incontrato altri e mi sono chiesta perché volevano fare questo mestiere, quando si può scegliere tra tante altre professioni. Io pure essendo stata a tutti gli effetti responsabile del “GT Ragazzi” ho avuto un contratto da vice-caporedattore. Comunque credo che serva vivere la propria professione per le continue scoperte e per le continue sperimentazioni che ne possono derivare, e non solo per indossare le “stellette”
E lei ha questa ambizione? Io penso di mostrare quello che so fare e di avere creato le condizioni perché no potessero fare a meno di darmele. Nessuno me le ha mai regalate, si sono sempre create le condizioni perché ad un certo punto non potessero dirmi di no
Cosa ritiene sia più difficile fare per una donna in questo mestiere? Non credo che ci siano differenze tra giornalisti e giornaliste. Le giuste qualità le devono avere entrambi: bisogna avere una grande curiosità, una grande tenacia; non sedersi mai troppo, avere sempre la voglia di andare a fuori a vedere che cosa accade
Come donna come concilia la sua carriera con la vita familiare? Faticosamente come tutte le donne, molto faticosamente. Concedo poca importanza alla cura delle casa: non faccio grandi cene, non ho problemi di tappezzerie e tendaggi, o ninnoli. Non trascuro mio figlio, anzi ci dedico tutto il tempo che ho a disposizione. Sono comunque fortunata perché posso pagare una signora che accudisce la mia casa e si occupa di mio figlio quando non ci sono.
Quanto conta, a suo giudizio, l’immagine maschile e quanto quella femminile nel giornalismo televisivo? Contano entrambe, l’importante è che funzionino. I sono stata una delle prime donne che ha condotto un telegiornale nella fascia serale: nell’82 le donne, strano a dirsi, non avevano ancora accesso alle conduzioni dei telegiornali della sera. Era allora un fatto eccezionale: ho creato un effetto di sorpresa e di curiosità. Ero anche molto giovane, ero quindi una grossa novità. Ci sono delle caratteristiche che valgono per tutti: alcune facce bucano, altre meno. Ognuno appare per quel che è, è molto difficile fingere in televisione
Quali sono a suo giudizio i mali del giornalismo italiano? Ti posso dire alcune cose che non mi piacciono: la troppa spettacolarizzazione e il non stare più attenti a dei criteri etici che rispettino tutti i tipi di telespettatore, dal bambino all’anziano. Oggi anche per la fretta a cui siamo costretti, per arrivare sempre primi, c’è questa tendenza a mandare tutto in onda: i corpi massacrati che provengono dal Kosovo, all’ora di pranzo il delittaccio che accade in Sicilia, va in onda il sangue. Il voler spettacolarizzare tutto, il volere ridurre tutto ad emozione, questo non mi piace. Non mi aggrada il non fare più approfondimenti seri, si brucia tutto sulla superficialità. Si preferisce il pezzo di un minuto su una qualsiasi cosa, piuttosto che un pezzo pensato su un problema
Alessandro Marcocci 16-11-2000
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