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STRANA SORTE, QUELLA DEGLI SCRITTORI- SCRIVERE PER UN’URGENZA INTERIORE CHE VUOLE trovare una voce e degli ascoltatori, e restare tuttavia, a volte, inascoltata e incognita. Finché un giorno nel tempo il caso, o un orecchio piů attento, aiutati in maniera imprescindibile dalla forza di una grande casa editrice, riportano alla luce dei grandi romanzi e all’improvviso il nome di chi li ha scritti diventa famoso anche se č troppo tardi perché possa rallegrarsene. E’ avvenuto cosě per Irčne Némirovsky, pubblicata in Italia dalla Giuntina nel 1995, passata inosservata finché la casa editrice Adelphi pubblicň “Suite francese” nel 2005, e subito dopo “Il ballo”, “David Golder”, “Jezabel”. Riprendiamo dunque in mano la novella “Un bambino prodigio”, scoperta dalla Giuntina- breve e delicata, tradotta benissimo da Vanna Vogelmann, una fiaba che ha l’ambientazione sfumata e il tono apologetico delle favole. C’č una Némirovsky segreta ne “Un bambino prodigio”, lei stessa precoce lettrice e scrittrice, fanciulla strappata dal suo mondo per cui ha conservato un celato rimpianto, anche quando ha imparato a esprimersi in un’altra lingua in un paese per lei straniero. Ismaele č un figlio tardivo, ultimo arrivato di dieci fratelli e sorelle. Alcuni sono morti, alcuni lavorano lontano da casa. Cresce da solo Ismaele, trova presto la strada per la bettola del paese, chissŕ come, chissŕ perché, inizia a cantare per gli avventori. Voce d’angelo con riccioli scuri, parole che sembrano dire ad ognuno quello che vuole sentire. Ismaele viene “scoperto” da un altro poeta che affoga nell’alcol la sua infelicitŕ d’amore e, quando questi torna ad essere felice, presenta Ismaele alla sua donna. Quante favole proseguono come questa? E’ facile indovinare che cosa accadrŕ: la donna č bella, ricca, viziata, ha sempre comprato tutto quello che desiderava. Puň comprare anche il bambino, portarlo via, sognare di farlo diventare un genio che darŕ lustro anche al suo nome. E il bambino continua a cantare, per lei, innamorato di lei. Come un uccello in una gabbia dorata, lo fanno studiare e lui, incarnazione romantica del poeta senza istruzione, si paragona ai grandi che ora scopre e i suoi versi gli paiono ben poca cosa. Si ammala- ai nostri giorni diremmo che č una febbre nervosa, da pressione eccessiva. Guarisce, ma il tempo passa inesorabile anche nelle favole e le donne ricche, si sa, hanno sempre bisogno di giocattoli nuovi, si stancano presto di quello che hanno. Al lettore scoprire il resto, che č ancora molto- fino alla conclusione inevitabile, l’unica possibile. E’ una Russia da sogno, quella che appare nel breve romanzo della Némirovsky, quella che lei, esule in fuga dalla Rivoluzione, voleva ricordare, quella che balena nella mente di tutti noi che conosciamo la grande narrativa russa: distese bianche di neve e campanelli di slitte nell’aria d’argento, notti che calano presto, pellicce che riparano dal freddo e alcol che brucia la gola. Appaiono anche, di sfuggita, dei marinai nella cittŕ portuale che fa da sfondo al romanzo, portano il vento di altre terre che la Némirovsky conoscerŕ. E c’č solo un accenno agli ebrei e al disprezzo che li circonda. Sarebbero dovuti passare degli anni prima che la scrittrice vivesse sulla sua pelle il senso di esclusione, la tremenda tragica discriminazione. Peggio ancora, l’annientamento, il fumo dei camini di Auschwitz.
Irčne Némirovsky, Un bambino prodigio, Ed. Giuntina, trad. Vanna Lucattini Vogelmann, pagg. 63, Euro 8,00
Marilia Piccone 11-12-2007
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