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NEL 1998 STRADANOVE SI ERA MESSA IN MOTO PER INTERVISTARE GIOVANI FILMAKERS lungo la direttrice della via Emilia, tra Parma e Bologna. La nostra prima scelta è stata Cinzia Bomoll. Dopo nove anni, siamo qui a fare il punto della situazione con Cinzia, e scopriamo con sorpresa che, dal nostro primo incontro, la regista di S. Agata Bolognese ne ha fatta di strada, attraverso il suo percorso tra New York e Roma, e le sue diverse pratiche artistiche, divise tra cinema e letteratura, hanno confermando non un talento transitorio che rischiava di scomparire nell'oblio tra mille aspiranti registi, ma una stella nascente pronta a proporsi con grinta e coraggio sulla scena italiana, come scopriremo in questa lunga intervista.
Cosa ti ha lasciato dentro la tua lunga permanenza a New York? La voglia di tornarci appena potrò. E’ una città molto stimolante sia dal punto di vista umano e sia artistico. C’è gente proveniente da ogni parte del mondo, ognuno con la propria cultura e le proprie abitudini. Io ho abitato nel quartiere coreano e una delle caratteristiche che mi ha colpito di più di questa città è proprio la peculiarità che ogni quartiere è diverso dall’altro e ognuno rispecchia la gente che vi abita. Artisticamente è molto organizzata, ci sono mostre e festival di cinema a volontà, dove puoi scoprire veri gioielli altrimenti invisibili. E’ anche frequente imbattersi in set di film, perché NewYork è la città statunitense in cui si gira la maggior parte dei film indipendenti dalle major hollywodiane, perciò non girano dentro agli studi cinematografici, ma nelle strade, tra la gente. E’ lì in quelle strade e tra quella gente che vorrei un giorno girare un film tratto da dei racconti inediti di Dan Fante (figlio di John). L’avevo conosciuto a un festival e gli avevo fatto un intervista, da lì è nata una corrispondenza via mail. Un giorno mi ha fatto un immenso regalo: mi ha mandato dei suoi racconti non ancora pubblicati. Sono ambientati a New York e sono molti belli, perfetti per farne un film.
Ci puoi parlare della tua decisione di partire per Roma, come è maturata e cosa finora ti ha lasciato questa tua nuova esperienza di lavoro? Quando tornai da New York (obbligatoriamente, perché mi scadde il visto, sennò probabilmente sarei ancora là) al mio piccolo paese in provincia di Bologna, mi sentivo stretta. Avevo voglia di fare, di andare, di non stare ad aspettare e allora decisi di trasferirmi a Roma, che dopotutto è la città del cinema e speravo di lavorarci. Almeno così credevo. In realtà è molto difficile riuscire ad inserirsi nelle produzioni cinematografiche. Ho bussato a diverse porte, mi proponevo come assistente, ma non avendo conoscenze, sono rimaste chiuse. L’unica maniera con cui riuscii ad entrare sui grossi set fu come comparsa iscrivendomi ad un’agenzia. Stavo a guardare per ore la troupe che lavorava, mi sa che tra le comparse ero l’unica a non annoiarsi, gli altri sbuffavano e non vedevano l’ora finisse la giornata per incassare i loro 50 euro. Io cercavo di osservare e imparare qualcosa. Adesso so che anche quello mi è servito. Poi ho tentato con la televisione. Lì c’è più domanda ed è andata meglio. Lavorare in tv mi ha fatto capire come si può girare una scena in poco tempo, considerando un largo margine d’improvvisazione e economizzando al meglio il poco tempo disponibile. Perché la tv è così, và di fretta. Inoltre, sul lavoro, ho avuto modo di incontrare personaggi noti e ho conosciuto meglio qualcuno verso cui avevo pregiudizi. Sia in bene che in male. Insomma, mi ha fatto capire che la televisione ci racconta spesso un sacco di fandonie. Nei buchi di tempo, tra un lavoro e l’altro ho frequentato due corsi di specializzazione: quello di sceneggiatura della RAI e quello di fiction di Mediaset.
Qual è stato il tuo rapporto con il sistema televisivo? E il tuo percorso? Ho portato in giro il mio curriculum per le redazioni televisive (avevo realizzato diversi cortometraggi e documentari) ed ebbi un colloquio in Rai, con Gregorio Paolini, che stava facendo un programma di attualità e cercava giovani filmaker, dalle idee originali, in grado di girare e montare i propri servizi. Rimase colpito dai miei cortometraggi e mi assunse. Era il 2000. Ho fatto diversi programmi con il suo staff, poi una volta entrata nel giro televisivo ho lavorato anche con altri reti, Italia Uno e La 7, ma sempre come libera professionista. Preferisco così, perchè se un programma non mi piace, posso scegliere di non farlo.
In questi anni hai abbandonato il cortometraggio, o hai continuato ad esprimerti con il formato breve? Il mio ultimo cortometraggio risale al 2003. Poi ho realizzato il mio primo film lungo e adesso stento a tornare a concepire il formato breve. Preferisco ragionare e lavorare a progetti di lunga durata, in cui la storia si può dipanare in più sfaccettature e i personaggi possono essere approfonditi. Però non escludo che chissà, in un periodo in cui vorrei “divertirmi”, possa girare un altro cortometraggio, magari in un sol giorno e con un’unica location.
Come è nata l’idea del tuo primo lungometraggio,” Il Segreto di Rahil”, e perché hai deciso di realizzarlo a tutti i costi? Ho nel cassetto qualche soggetto per lungometraggio, ma ho scelto di realizzare “Il segreto di Rahil” per primo perché sentivo un urgenza legata a questa storia e avevo bisogno di realizzare a tutti i costi questo film. Mi sono detta: o adesso o mai più. La storia è nata dalla visione di una bambina che cammina sui binari del treno, poi è toccato a me rispondere in sceneggiatura a quesiti come: dove va? chi è? che ci fa sui binari della ferrovia? La fantasia ha fatto il resto, unita all’attualità storica che stiamo vivendo, cioè la guerra in Iraq. Mentre scrivevo la sceneggiatura sentivo ogni giorno di più di voler realizzare questo film. Ricordo che era una scommessa con me stessa. E sentivo che non potevo aspettare a lungo per realizzarlo. Ci sono cose che devono essere fatte in un dato momento, sennò, permettimi l’ironia, che inoltre è attinente: si perde il treno. Questo film è stato così per me. L’energia che avevo accumulato scrivendo e la volontà di farlo erano al culmine e siccome ci vogliono anche una grossa dose di motivazione, di coraggio, di convinzione nell’autoprodurre un film, aldilà della possibilità economica, ritengo se non l’avessi fatto allora avrei rischiato di non farlo più.
Quali sono state le difficoltà nel realizzare questo progetto importante? Sì, ci sono state. Tante. Talmente tante che anche mentre giravo il film ogni tanto mi fermavo perplessa a pensare: ma è vero che sto girando un film o me lo sto sognando? Difficoltà soprattutto organizzative. Essendo un film autoprodotto, ho dovuto sfidare personalmente tutte le difficoltà burocratiche, dal noleggio delle attrezzature, dei costumi, degli oggetti di scena ai contratti sindacali della troupe, ai permessi del comune per girare nei luoghi dove ho girato ai permessi con le FS per girare sui binari, ai certificati medici e dei genitori per gli attori minorenni, organizzare il catering, ecc… ore e ore al telefono e in giro per uffici e i ministeri di Roma… insomma tutte cose veramente poco artistiche, a cui un regista non dovrebbe pensare, ma io l’ho dovuto fare, perché era l’unico modo che avevo per fare il mio film. Per fortuna nell’ultima fase ho avuto dei collaboratori, ma per molto tempo mi sono dovuta arrangiare perché non potevo permettermeli economicamente e io non sono il tipo di persona che tiene impegnate delle persone per mesi senza pagarle. Sono arrivata all’inizio delle riprese che ero già esausta, per lo stress recatomi da una preparazione che è durata tre mesi e che mi ha fatto perdere quasi dieci chili. Ma ce l’ho fatta a portare a termine il mio film.
Come ti sei trovata a lavorare con il digitale? Bene. Costa meno ed è più maneggevole, specie nelle scene in movimento, fatte in fretta (ho girato il film in 17 giorni) e ha bisogno di meno illuminazione. Si può girare con una troupe più ridotta, di conseguenza ti permette di fare un film a low budget. Inoltre puoi controllare il girato ogni sera (se giravo in pellicola non avevo la possibilità di sviluppare i giornalieri, essendo il film autoprodotto con pochi soldi). Tutto questo senza perdere molto la qualità, come si potrebbe pensare di primo acchito. Io ho girato con il metodo PS-TECNICH, che monta le ottiche delle cineprese 35mm, davanti alla telecamera digitate, tramite un anello adattatore, perciò si riesce ad avere la profondità di campo e la grana simile a quella della pellicola, pur girando in digitale.
Sei soddisfatta della scelta degli attori? Sì, di tutti. Lorenza Indovina è una grande professionista, e vedere come prepara le scene che deve recitare è stata un’esperienza importante anche per me. Ons, la bambina che fa la protagonista nel film è un talento naturale e sono contenta di averla “scoperta”, perché è la prima volta che recita e si è rivelata bravissima. Così come gli altri bambini che recitano nel film. Ero un po’ spaventata all’idea di avere dei piccoli interpreti “presi dalla strada”, li ho scelti tramite dei provini un po’ sbrigativi, sono figli e fratelli di amici, ma poi mi hanno dato molta soddisfazione perché hanno recitato in maniera molto realistica. Ho curato personalmente la scelta di ogni attore, anche dei ruoli minori, e sono stata soddisfatta perché ognuno è azzeccato. Così come i cammei di Giorgio Faletti e Eva Robins, anche loro amici, hanno portato brio e magia sul set. Elisabetta Rocchetti e Serra Yilmaz, attrici che adoro per come hanno interpretato “L’imbalsamatore” e “Il bagno turco”, sono felice abbiano interpretato anche il mio film. Inoltre gli attori nord africani, da Yamil Hammoudi al padre di Rahil, passando per i curdi, sono stati fondamentali per un film che racconta una storia come questa.
Ora che il film è terminato, ed ha ricevuto un ottimo riscontro nelle prime anteprime in sala da parte del pubblico, in quale direzioni ti muoverai? Il film parteciperà a diversi festival di cinema e spero abbia riscontri positivi.
Oltre la passione del cinema in parallelo c’è quella per la letteratura, e dopo due racconti, stai per debuttare con un romanzo, “Lei, che nelle foto non sorrideva”, edito da Fazi. Ce ne puoi parlare? Il romanzo uscirà ad aprile, narra la storia di due sorelle gemelle legate da un rapporto morboso e complesso. Le loro personalità sono diverse e allo stesso tempo si amano e si odiano. Hanno una famiglia allo sbando, un padre punk nell’animo col pallino della musica e una madre che è come una bambola rotta. Vivono la loro giovinezza sprofondate nella pianura emiliana tra bar dell’Arci e discoteche dark, amiche del Dams e ragazzi che si scambiano. Nella frase che ha scritto Asia Argento per la quarta di copertina si riassume l’umore del romanzo: E’ pazzesco. Mischia rabbia e dolcezza, morte e tanta voglia di vivere. Mi ha commosso e divertito.
Stai lavorando ad un secondo romanzo? Sì, in realtà mi divido tra due storie che ho cominciato ad abbozzare entrambe mesi fa, e sono ancora indecisa su quale delle due concentrarmi maggiormente. Una è un giallo ambientato a Roma, a sfondo erotico intitolato “Mater Matuta”, l’altro è la storia di un rapporto impossibile e ideologia politica ambientata nell’autunno caldo a Torino, intitolata “69”. Mi piacciono entrambe e le sto portando avanti a seconda dell’ispirazione, alternandomi tra l’una e l’altra. Non riesco ancora a decidere quale scegliere. Che buffo, sembra stia parlando di storie d’amore. Beh, forse scrivere è un po’ come vivere storie d’amore… si tocca il cielo con un dito ad ogni pagina portata a termine …
Quest’anno ha confermato la tua ribalta sulla scena italiana: quali soni i tuoi prossimi sogni da realizzare? “Ribalta” è una parola grossa. Mi sento solo all’inizio di un percorso che spero mi permetta di fare il lavoro che amo: questo è il sogno che, più di tutti, vorrei si avverasse. Mentre, nel dettaglio il prossimo sogno che vorrei realizzare è, come ho citato sopra, un film girato a New York, tratto dai racconti di Dan Fante.
Matteo Merli 28-03-2006
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