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DA COMMEDIE ESILARANTI COME "TRE UOMINI E UNA CULLA" A COMMEDIE esistenziali... sino ad arrivare al cinema sociale di "Chaos": Coline Serreau debutta come regista nel 1977 con “Pourquoi pas” , ma la sua visione comica della “lotta dei sessi” raggiunge il suo apice in “Tre uomini e una culla” . Ottiene ottimo successo anche con i successivi “Romuald et Juliette”, con Daniel Auteil tra gli interpreti e “La crisi” con Vincent Lindon.
In "Chaos" si intrecciano tanti temi, come del resto in tutti i suoi film. Qual era la sua idea iniziale? COLINE SERREAU: Il tema principale del film è la resurrezione. Una persona, in questo caso Malika, che è interpretata da Rachida Brakni, muore o è considerata morta. Poi rinasce. Io sono sempre sbalordita dalla capacità che ha l’umanità di uscire dai momenti più duri, di rinascere.
Malika non è la sola a risorgere… COLINE SERREAU: Anche Hélène, che è interpretata da Catherine Frot, rinasce, perché dopo aver assistito all’aggressione subita da Malika senza intervenire, si prodiga per salvarla. Questo salvataggio la spinge a rimettere in discussione la propria vita. E poi c’è Paul, il marito di Hélène, interpretato da Vincent Lindon, una persona che sembra priva di umanità. E’ diventato un robot, chiuso al mondo e agli altri. Questa storia lo mette a confronto con se stesso. Si, quasi tutti vivono una resurrezione. Come dopo un immenso caos.
A proposito, perché questo titolo? COLINE SERREAU: Il caos è lo stato del mondo prima dell’organizzazione. La morte prima della nascita. Il caos è pieno di speranza perché annuncia una rinascita.
Un altro tema affrontato nel film: il destino delle ragazze, delle donne, nella comunità maghrebina. Malika e la sorella Zora ne sono vittime… COLINE SERREAU: Non ne posso più di discorsi politicamente corretti. Non significa essere razzisti se si dice che in Francia si fronteggiano due culture: l’occidentale e l’islamica. D’altro canto non è di Islam che si discute, ma dell’oppressione delle donne in un Islam mal interpretato. Le donne maghrebine sono oppresse, maltrattate dagli uomini della loro comunità. Ma non hanno il diritto di dirlo, non hanno luoghi o media dove dirlo, perché non è politicamente corretto dirlo. Si passa per razzisti. Ancora una volta, le donne devono tacere e subire.
Le donne maghrebine sono anche responsabili dell’educazione dei maschi. D’altro canto lei stabilisce un parallelismo tra l’educazione impartita dalle donne maghrebine ai figli e quella che impartiscono loro le europee. In ogni caso, sono viziati e ingrati… COLINE SERREAU: Nego che ancora e sempre si giudichino e si condannino le donne per la cosiddetta cattiva educazione che impartiscono ai bambini. Se qualcuno deve essere condannato, si condannino i padri che creano schiave e machos fin dalla notte dei tempi. Non è colpa delle donne maghrebine se allevano così i figli, non hanno altra scelta che quella di rispettare la tradizione. E’ una questione di sopravvivenza… Quando sei una donna musulmana, cioè completamente dipendente dagli uomini per sopravvivere, se non sei nella norma sei una donna morta, socialmente ed economicamente. Non hai altra scelta che riprodurre lo schema patriarcale. La sola rottura possibile ed efficace è la rottura economica.
Malika combatte… COLINE SERREAU: Malika è cresciuta nella Repubblica francese. E’ un prodotto della scuola laica e obbligatoria, grazie alla quale un bambino maghrebino può farcela.
Ma le due ragazze sembrano cavarsela meglio dei fratelli… COLINE SERREAU: Poiché le ragazze subiscono una oppressione maggiore, il loro desiderio di emancipazione è più forte, andranno più lontano… Ma anche i ragazzi possono farcela, talvolta ci riescono. Ovviamente bisogna che facciano una grande rivoluzione, evoluzione, che cambino.
Lei non ha paura delle reazioni che provocherà? COLINE SERREAU: No, perché solo indicando a voce alta i problemi si rende un servizio ai popoli del Maghreb. E’ tacendo che si fa loro del male. E che si impedisce di separare il grano dal loglio. Bisogna dire no all’oppressione delle donne, no al velo. Questa comunità può integrarsi abbracciando ciò che c’è di più progressista nella democrazia, conservando la propria cultura, la propria religione e la capacità di criticare le forze reazionarie. Non è razzismo affermarlo. Continuare a tacere significa regalare migliaia di voti a Le Pen. Ho voluto colpire duro anche su SOS Racisme, perché è la verità. Loro non vogliono vedere quello che succede sotto i loro occhi, si rifiutano di denunciare la schiavitù delle donne. Per loro, quando un uomo è oppresso è un crimine, quando è una donna è la tradizione.
Un altro tema: la prostituzione. Raccontando la storia di Malika, lei ha pensato a quella giovane prostituta dell’Est che è stata ritrovata morta l’anno scorso in un terreno abbandonato? COLINE SERREAU: Conoscevo Genka. Non personalmente, ma andando alla scuola del Circo, la incrociavo regolarmente. Certo che ho pensato a lei. Il traffico di donne che vengono dai paesi poveri è un fenomeno enorme, che però non preoccupa nessuno. Ho parlato con alcuni poliziotti in prossimità dei luoghi di prostituzione, loro cercano di limitare i danni, non possono fare niente. Non ci sono direttive governative per fermare la tratta delle donne. I protettori, li incrocio ogni giorno, se ne potrebbero arrestare a palate. Ma nessuno si muove. E’ come se gli uomini che stanno al potere lasciassero in vita un vivaio di schiave per il conforto sessuale dei loro compatrioti. E per loro stessi?
E le « maisons de dressage » (le case in cui le giovani vengono violentate per essere inizate alla prostituzione)? COLINE SERREAU: Ce ne sono parecchie, lo sanno tutti. Non ho inventato niente. E poi nel film non mostro grandi cose. Si sentono solo due urli. La realtà è ben più terrificante.
Malika è un’eccezione, esce da questo ambiente come in una fiaba. E le altre? COLINE SERREAU: Non è una fiaba. Malika ha capito bene il sistema e ha deciso di ‘fregarlo’. E’ un atto rivoluzionario. Restituisce la violenza che ha subito. In realtà sono poche le donne che riescono a uscirne, è vero. Anche se hanno subito un incesto o provengono da famiglie strette dalla miseria, numerosissime nei paesi dell’Est, si attribuisce a loro la colpa. Queste donne sprofondano spesso nella negazione di se stesse.
Lei affronta i rapporti di coppia dalla prospettiva di Paul e Hélène. Questo sembra sempre meno evidente… COLINE SERREAU: I rapporti tra uomini e donne sono complicati al giorno d’oggi. Sono due mondi che hanno sempre fatto fatica a incontrarsi, a parte la sessualità, ma credo che il fossato tra loro si sia allargato. In passato conducevano esistenze distinte. Si incontravano poco, nelle circostanze stabilite. Attualmente uomini e donne hanno gli stessi diritti civili, professionali, economici (o quasi). Frequentiamo gli stessi posti, svolgiamo le stesse attività, i padri si occupano di più dei figli, anche neonati. Eppure tutto continua come se l’inconscio non avesse ancora assimilato i cambiamenti avvenuti. Gli uomini sono smarriti, cercano un ruolo nuovo, sballottati tra gli schemi dell’educazione che hanno ricevuto e le esigenze sempre più forti delle donne. E’ un momento difficile.
Lei è meno tenera con gli uomini che con le donne, che si danno da fare, mentre gli uomini sono statici, da Paul a Fabrice, il figlio, fino ai fratellini di Malika. Per non parlare del padre maghrebino e dei protettori… COLINE SERREAU: Non è un giudizio. Non esprimo il mio parere nei film, non racconto la mia vita e soprattutto non dò lezioni a nessuno. Io stessa imparo, e cerco di imprimere movimento ed emozioni alle scene che vorrei comprendere, che vorrei comprendessimo insieme. Mi sento testimone di questa società in cui è chiaro che le donne vanno avanti e gli uomini fanno resistenza. Non è necessariamente colpa loro: il loro ruolo sociale non è di muoversi. Individualmente non sono reazionari, ma hanno oggettivamente un ruolo reazionario. Con tutti questi temi strettamente intrecciati, la sua sceneggiatura è molto costruita, molto lavorata, punto per punto… COLINE SERREAU: Non ho avuto un approccio volontaristico del tipo voglio mettere tutto nel mio film. Ma le cose sono talmente complesse che non le si può raccontare senza mostrare l’ambivalenza dei personaggi. Non posso riflettere che in modo dialettico. Ad esempio, lei trova insopportabile quel piccolo borghese che si rivolge villanamente alla madre dicendole che detesta il pesce, e il momento dopo si rende conto che in una famiglia del popolo avviene la stessa cosa. L’oppressione del sesso è trasversale alle classi sociali. Io cerco di mostrare ciò che viviamo e come viviamo, facendo divertire la gente. E’ molto costruito, perché volevo che il film fosse ricco di tensione, come un thriller, anche se è una commedia.
Come ha trovato Rachida Brakni che, malgrado la giovane età, dimostra un grande talento? COLINE SERREAU: L’ho scoperta il primo giorno di casting. C’erano altre attrici formidabili, ma Rachida si è imposta. Lei frequenta il conservatorio e ha avuto un piccolo ruolo in un film di Téchiné, ma lavora anche in teatro. Come Malika, Rachida è un puro prodotto dell’istruzione francese, è una intellettuale, ma anche una sportiva e ha fatto parte della squadra francese di atletica. L’attrice che interpreta Zora, sua sorella, è una ballerina molto conosciuta nell’ambiente dei breakers.
Si sono imposti anche Vincent Lindon e Catherine Frot ? COLINE SERREAU: Vincent è un attore di primo piano, amo lavorare con lui, che adora recitare, in particolare personaggi immondi che cambiano. Non ha un ego smisurato. Alla fine ha delle scene veramente commoventi. Quanto a Catherine, ha qualità recitative e emotive che superano i ruoli che ha interpretato finora.
Lei le conferisce una qualità importante: il superamento di sé. Ci sono delle scene in cui lei va al di là di se stessa, di fronte a situazioni che non capisce… COLINE SERREAU: Lei è l’incarnazione di un grande cambiamento sociale. E le cose non cambiamo, siamo noi che non le sopportiamo più. Ad esempio, la corruzione degli uomini politici è sempre esistita, ma noi oggi non la sopportiamo più. Per la prostituzione è la stessa cosa, le donne sono sempre state picchiate e torturate perché si prostituissero e le maisons de dressage hanno preso altri nomi, ma anch’esse sono sempre esistite. A parte che oggi non si può più sopportare l’idea che degli esseri umani siano ridotti in schiavitù nel nostro paese.
Qual è il suo messaggio? Il cambiamento deve essere individuale? O collettivo? COLINE SERREAU: Tutti e due. Le cose avanzano in modo ineluttabile. Il destino dei miei personaggi è un destino personale ma nel contempo collettivo, ecco cosa cerco sempre di mostrare nei miei film. In "Tre uomini e una culla" i tre uomini incarnano il mito del padre, dell’amante e del figlio, ma anche l’evoluzione sociale degli uomini di oggi. Talvolta i film sono al passo con l’evoluzione della società, qualche volta sono troppo avanti, ma non importa. Il mio obiettivo è osservare ciò che cambia in questa società, riflettere sui progressi. Sono una testimone. Ho sempre fatto cinema politico nel senso che l’organizzazione della metropoli mi appassiona. Sono una donna di spettacolo, ma se lo spettacolo non comprende quella dimensione non mi interessa.
Alla fine del film si vedono solo donne… COLINE SERREAU: Sono l’avvenire del mondo, no?
Calogero Messina 15-03-2003
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