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A cura di Calogero Messina

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La locandina del film trucco!

Training day
Titolo or.: Training day (USA, 2001)
Regia: Antine Fuqua
Durata: 1h 56'
Cast: Denzel Washington, Ethan Hawke, Scott Glenn, Tom Berenger

SECONDO UN’INCHIESTA DEL LOS ANGELES TIME DEL 1998 IN UN DIPARTIMENTO DI POLIZIA OGNI ANNO ci sono in media “10 agenti accusati di abuso di potere, 5 arrestati per crimini gravi, 7 per illecito, 3 per furto e 4 per violenze in famiglia.”
   Los Angeles, New York, Chicago, Philadelphia, New Orleans e Washington D.C. sono le città in cui sono scoppiati gli scandali più clamorosi riguardanti la polizia e in particolare l’antidroga.
   Los Angeles poi è stata scossa recentemente dal peggior scandalo della sua storia quando la sezione criminale di Rampart è stata accusata di brutalità, falsificazione di prove, falsa testimonianza e furto di soldi e droga che dovevano essere posti sotto sequestro. Il giovane sceneggiatore di “Training day”, David Ayer, è cresciuto in queste zone di Los Angeles ed è stato personalmente testimone degli sconti fra criminali e poliziotti: “Volevo mostrare cosa succede in queste zone di guerra all’interno del paese e quanto sia difficile individuare quella sottile linea che separa gli agenti dai criminali in situazioni in cui nessuno può permettersi di mostrare pietà.”
   E così nasce la storia del sergente corrotto Alonzo Harris (un grande Denzel Washington) e del suo giovane collega Jake Hoyh (Ethan Hawke irriconoscibile nella magistrale trasformazione fisica e psicologica del suo personaggio dall’inizio alla fine del film) che ha un solo giorno per dimostrare di cos è capace.
   Nel corso di ventiquattr’ore, che il regista Antoine Fuqua segue pedissequamente mai stancandosi di stare addosso ai suoi personaggi, Jack si trova sempre più coinvolto nella logica ambigua di Alonzo e i due uomini saranno costretti a mettere in gioco la loro carriera e le loro stesse vite per seguire due concezioni opposte di giustizia.
   Di coppie di poliziotti è ricca la storia del cinema americano: Gibson/Glover di “Arma Letale”, Pitt/Freeman di “Seven”, Chan/TucKer di “Rush hour” e moltissime altri... ma sicuramente nuovo è il rapporto che si instaura tra i due poliziotti di “Training day”: niente collaborazione, nessun spirito corporativo, rapporto di subordinazione dai contorni indefiniti e ambigui.
   Ma soprattutto nessuna via d’uscita, nessuna redenzione per ciascuno dei protagonisti: Jack, pur trionfante, ritornerà alla sua vita di poliziotto con addosso i cocci di tante aspettative, false illusioni e ideali che una sola giornata a contatto con la cruda realtà delle strade inevitabilmente infrangono. Mentre Alonzo, abbandonato dal fragile guscio che si era costruito attorno, in una potente scena drammatica finale scoprirà quanto fossero labili e più leggeri dell’aria i suoi rigidi valori.
Una scena del film trucco!      

Streghe verso nord
Titolo or.: Streghe verso nord (Italia, 2001)
Regia: Giovanni Veronesi
Durata: 100'
Cast: Teo Mammucari, Emmanuelle Seigner, Paul Sorvino, Gerard Depardieu

GIOVANNI VERONESI È UN REGISTA CHE AMA I COMICI: DA FRANCESCO NUTI (PER IL QUALE HA SCRITTO DIVERSE SCENEGGIATURE) A LEONARDO Pieraccioni (suo il “coraggio” di affiancarlo a due star internazionali del calibro di Harvey Keitel e David Bowie); da Paolo Rossi ( sempre di Veronesi l’idea della “strana coppia” con Sergio Castellitto in “Silenzio si nasce”) a Diego Abatantuono (misuratissimo in uno dei suoi ruoli più belli, il San Giuseppe di “Per amore solo per amore”).
   E adesso Giovanni Veronesi tenta un altro colpaccio: portare al cinema l’irruento Teo “Libero” Mammucari. Il risultato è il film “Streghe verso Nord”, favola “surrealrealistica” sulle belle, attraenti streghe della nostra vita quotidiana e sui “disinnescatori”, uomini con il potere di sconfiggerle e redimerle.
   Teo Mammucari è uno di questi “purificatori”: aiutato da Gallio (il sempre bravo attore americano Paul Sorvino, che si integra perfettamente in questa produzione italiana senza mai risultare fuori posto) scopre di avere questi poteri nascosti e dopo settimane di allenamento (per sconfiggere una strega bisogna darle una capocciata sul naso e trascinarla per sette passi verso nord) e un lungo tirocinio (durante il quale scopre che anche l’attore Gerard Depardieu, nel ruolo di se stesso, ha questi poteri) è pronto per la sua prima e difficilissima missione, ossia annientare Sophie (l’attrice francese Emmanuelle Seigner che recita in un perfetto italiano), strega suprema, potentemente seduttiva e moglie di suo fratello Paolo (Daniele Liotti).
   E per tutti quelli che attendevano al varco l’esordio di Mammucari sul grande schermo certi di annoverare questo suo debutto nel “cestino” dei deludenti, insignificanti e soliti esordi di molti dei nostri comici italiani (leggi Teo Teocoli, Enrico Brignano, etc.), si troverà invece sinceramente spiazzato: Teo Mammucari attore è bravo, non recita il ruolo del comico ma riesce a dimostrare qualità recitative che fanno ben sperare per il suo futuro (?) cinematografico. Mentre Giovanni Veronesi sembra ritornare al cinema felice dei suoi esordi: toni surreali alla “Marameo” (suo film d’esordio) e sceneggiatura ben scritta, amore per i suoi personaggi e felici soluzioni registiche come nel bellissimo “Per amore solo per amore”.
   L’unico rischio per un film del genere è di essere facilmente frainteso: nel voler insistere troppo, per il suo lancio pubblicitario, sul “personaggio comico” Teo Mammucari si rischia di deludere il pubblico che rimarrebbe spiazzato dal suo cambio di registro, mentre nella sua coraggiosa scelta di non volersi allineare alla moda dei film “mucciniani” o comunque “comicarolcabarettisti” rischia di fare da non facile battistrada in un mercato produttivo come quello italiano, poco sperimentale e che si aggrappa strenuamente a filoni dal consolidato successo.

Una scena del film trucco!      

E morì con un felafel in mano
Titolo or.: He died with a felafel in his hand (Australia, 2001)
Regia: Richard Lowenstein
Durata: 107'
Cast: Noah Taylor, Emily Hamilton, Romane Bohringer, Brett Stewart

ERA IL LONTANO 1990 E LA SOCIETÀ DI PRODUZIONE “FANDANGO” DI DOMENICO PROCACCI DEBUTTAVA CON IL FILM “LA STAZIONE”, PRIMO lungometraggio di Sergio Rubini e vincitore di numerosi premi. Da quell’esordio non si è più fermato: personaggio schivo e discreto, Domenico Procacci sicuramente meriterebbe il nostro più sincero “grazie” di appassionati cinefili per la coraggiosa caparbietà nel produrre e fare conoscere autori, attori, storie ed emozioni del “cinema senza frontiere”. Ultimo suo cavallo di battaglia il regista australiano Richard Lowenstein, che debutta nelle nostre sale con il suo nuovo film “E morì con un felafel in mano”.
   Storie di convivenze caotiche ed “eccessive” di un gruppo di personaggi nella moderna Australia, Lowenstein si diverte, partendo dall’ancor più sconnesse ed esagitate pagine del libro omonimo di John Birmingham, a giocare con citazioni, riferimenti, omaggi alla cultura pop. Fonte alla quale tanti registi odierni hanno attinto a pieni mani ma che il regista australiano dichiara e mostra esplicitamente, coinvolgendo e avvolgendo lo spettatore in un caleidoscopio di suoni, colori, voci, umori, emozioni e sensazioni dal quale vortice anche il protagonista Danny verrà inevitabilmente trascinato.
   Trent’anni ed alla ricerca di un senso per la propria vita, Danny (Noah “Shine” Taylor) peregrina tra diverse convivenze, ognuna delle quali è una finestra su un variegato microcosmo di personaggi dalle svariate esistenze e personalità . Come un novello Pollicino, Danny ad ogni trasloco lascia tracce/briciole dietro di sé ed in tal modo alcuni suoi amici ciclicamente si ripresentano dietro la sua porta: come Sam (Emily Hamilton) una ragazza dalla confusa identità sessuale o l’enigmatica e fascinosa musa Anya (Romane Bohringer) o il coinquilino tossico Flip (Brett Stewart).
   Tutti personaggi eccentrici e veri alla ricerca del proprio posto sotto il sole e ai quali Lowenstein, da acuto e impassibile osservatore, concede imprevedibili ed inedite vie di salvezza!
Una scena del film trucco!      

Anche tua madre
Titolo or.: Y tu mama'tambien (Messico, 2001)
Regia: Alfonso Cuaròn
Durata: 98'
Cast: Diego Luna, Gael Garcia Bernal, Maribel Verdu

IO NON HO AVUTO PIÙ AMICI COME QUELLI CHE HO AVUTO ALL’ETÀ DI 12 ANNI: GESÙ, MA CHI NE HA?” Erano queste le ultime battute di Richard Dreyfuss nel film “Stand by me – Ricordo di un’estate” di Rob Reiner: una bellissima pellicola sull’amicizia e su quei magici ed irripetibili rapporti che si instaurano da ragazzi.
   Ed il “ricordo di un’estate” è anche quello dei due amici per la pelle Tenoch e Julio, 17 anni, protagonisti del film “Anche tua madre”. Afose e calde giornate trascorse in giro sulla loro automobile alla ricerca della “spiaggia che non c’è” in compagnia della bella Luisa (l’attrice spagnola Maribel Verdu), ragazza più grande, che sentendo il bisogno di dare una svolta alla propria vita si lascia contagiare dalla spudorata allegria e sensualità dei due giovani per un viaggio alla scoperta e riscoperta dell’incanto e insostituibile innocenza dei veri e più sinceri valori della vita. Ma, fatalisticamente ragionando, tutto è destinato a finire sebbene, pur con lo zampino del cinico destino, rimangano esperienze di vita indelebili e insostituibili.
   Forse è perché il regista Alfonso Cuaròn e lo sceneggiatore Carlos Cuaròn sono fratelli, o forse perché i due attori Diego Luna (Tenoch) e Gael Garcia Bernal (Julio) sono realmente amici d’infanzia, o probabilmente è soltanto perché ci sono alchimie misteriose, ingredienti segreti ed emozioni magiche che di soppiatto si intrufolano nella realizzazione di un film rendendolo così “sospeso” ed incredibilmente vero, che “Anche tua madre” ti entra dentro lasciandoti il piacevole sapore dei grandi romanzi classici di formazione.
   Si ride, si piange, si fa il tifo per le sventate imprese della coppia così come ci si vergogna al loro posto per la spudorata ingenuità delle loro azioni: “E’ la vita!” si potrebbe dire, ma perdonateci lo stupore e l’immenso piacere nello scoprire una storia abilmente diretta, benissimo interpretata e scritta. Ed un film ricco di espedienti inusuali come l’utilizzo innovativo della voce fuori campo che, nuovo compagno in questo viaggio iniziatico, si sofferma sui paesaggi, volti e storie che “la vita di corsa” dei nostri giovani eroi si lascia scivolare addosso impercettibilmente.

La redazione  17-11-2001

trucco! Gli interpreti ed il regista di "Training day" ci raccontano la loro esperienza sul set


Intervista a Giovanni Veronesi e Teo Mammuccari, regista e interprete di "Streghe verso nord"


Richard Lowenstein e Domenico Procacci ci raccontano la loro felice esperienza sul set di "E morì con un felafel in mano"


Il regista di "Anche tua madre" e i suoi giovani protagonisti ci raccontano il nuovo cinema messicano

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