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INTERVISTA CON TARIN GARTNER
Una giovane artista fra Occidente e Medioriente
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TARIN GARTNER È UNA GIOVANE ARTISTA ISRAELIANA, PROTAGONISTA DI DIVERSE MOSTRE IN Italia, e soprattutto a Milano. La città in cui vive e lavora, dove si è trasferita dopo aver lasciato il paese di origine e ha potuto confrontarsi con la produzione artistica più recente italiana ed europea.

Tarin Gartner, un’artista israeliana o un’artista europea?
   Io ho studiato Arte e letteratura in Israele. Quando mi sono laureata ho fatto un paio di mostre in Israele e poi sono venuta in Italia. Qua ho studiato a Brera e ho iniziato piano piano a partecipare a delle mostre collettive a Milano. Adesso sono impegnata con una mostra personale alla galleria Arthopia, che raccoglie un po’ la linea della mia ricerca artistica di questo periodo.

Sembra che rispetto all’Europa, i giovani artisti israeliani sappiamo sviluppare un’espressione più personale, ed anche più forte, e meno omogeneizzata. È solo un’impressione o corrisponde a una tendenza in corso?
   È difficile poter rispondere per Israele. Posso però dire che per me, e per gli artisti che conosco, sicuramente c’è sempre un approccio molto personale. Forse perché tutto in Israele è molto personale, perché la vita in Israele comunque tocca anche oggi la sfera personale. È la situazione vissuta da molte persone che vivono in Israele, perché, a causa della nostra storia e di quello che succede ogni giorno, molte volte abbiamo bisogno di urlare, esprimerci in maniera immediata, così come accade anche a me. Forse persone di altri paesi non hanno un impatto con la realtà così forte.

Questo tuo bisogno di urlare ti ha portato verso la tua carriera di artista?
   Mi sembra un’affermazione piuttosto coraggiosa. Però sicuramente ho una voglia di parlare, di comunicare, di dire tante cose. Cose mie, che però non finiscano dentro di me, solo come Tarin come nome, come Gartner, come cognome. Proprio come una persona che è dentro di me e abbia tante cose da riflettere verso un’altra persona. Ci sono cose che sono mie e possono anche essere degli altri. Quello che voglio dare, come un modo diverso di vedere le cose, non solo per quello che sono io, ma per tutti.

E proprio da questo rapporto fra il tuo io personale e quello che ti circonda nasce anche il percorso di questa mostra?
   Esattamente questo, perché in questa mostra ci sono cinque fotografie in cui ci sono io come protagonista, ci sono undici disegni e c’è una scultura. E il titolo della scultura è Autoritratto. Comunque nelle foto ci sono in un posto scelto in Israele, sul confine fra Israele e Libano. Per cui esiste tutta la storia di Israele e della mia esistenza legata a Israele. Poi ci sono dei piccoli disegni che sono miei personali, dal mio quaderno, dal mio tempo, dalla mia situazione più personale.
   Con delle frasi che escono, che sono state dette da ogni persona, in ogni giorno. “Ho il mal di testa”, queste sensazioni che ognuno ha. Poi c’è questa scultura, una scultura fatta con i giornali israeliani. Un aereo, una bambola con le gambe molto lunghe. Anche lì c’è la sensazione di una volontà di una realtà magari diversa, perché tante volte vorrei anche prenderla alla leggera. Sembra un po’ una presa in giro perché non esiste una vita leggera, ma io ho detto che vorrei avere quella. Poi essendo israeliana sembra una cosa fuori della realtà. Però anche questa bambola con le gambe lunghe è una volontà. Perché poi in Israele, quando vivi in Israele, c’è un conflitto molto forte, con tante persone che muoiono, con tanti attentati, con tante cose. Per cui c’è l’esigenza di chiudere un attimo tutti questi telegiornali, tutte queste notizie e dire “Oh, sono giovane! Voglio vivere!” è molto forte.

Parlavamo anche dell’utilizzo di tutte queste tecniche. Fotografie, disegni e una scultura. Vogliono esprime un eclettismo delle tue capacità o piuttosto perché per determinati risultati trovi più efficace una tecnica corrispondente?
   Per me la tecnica non è la cosa principale del mio lavoro. È solo un modo di esprimere. L’aspetto più importante del mio lavoro è il concetto, tutto nasce dal concetto. Poi come lo esprimo, lo posso fare con un disegno, con una scultura, con qualsiasi cosa. In questa mostra i disegni non sono tutti sulla carta. La tecnica è una cosa che viene dopo.

E il rapporto con la parola? Fra immagine e parola?
   Nel mio lavoro questo c’è sempre stato. Anche quando non ci sono le parole è come se parlassi. Perché i disegni, o l’aggiungere delle fotografie sopra la foto, sono sempre come delle chiacchere. Per me la parola è molto importante, anche se è molto pericolosa. È pericolosa perché è chiara. Le mie parole sono sempre un po’ ambigue, non credo di dare una spiegazione. Sono delle cose che vorrei esprimere.

Come vedi quindi questa mostra alla luce delle esperienze passate e soprattutto in prospettiva della tua carriera futura?
   Di questa esperienza sono molto contenta. Sono molto contenta di aver lavorato con persone molto belle, Michela Arfiero, che ha curato la mostra, Rita e Remo Urso, i galleristi. Vuole anche essere un punto molto importante per la mia carriera. Poi sicuramente vi saranno cose nuove. Si cerca sempre qualcosa di nuovo.

Matteo F. M. Sommaruga  20-01-2004

trucco! - Tarin Meets Gartner

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