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“Tutti i morti volano in alto” di Joachim Meyerhoff

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 19/04/2019 08:27
"Ci sorprendiamo a sorridere, leggendo il romanzo di Joachim Meyerhoff, tranne quando il dolore della morte ci chiude la gola. Perché lo stile è scoppiettante, vivace, traboccante di uno humour speciale." (M. Piccone)

E’ stupenda, la frase che conclude il romanzo di formazione di Joachim Meyerhoff, “Tutti i morti volano in alto”.

Il protagonista Joachim ha visto su una rivista la foto del migliore amico di suo fratello. Del fratello di mezzo che è morto in un incidente d’auto. L’amico, che era al volante, si era salvato e la foto è di lui che adesso è medico specialista del ginocchio. Guardandola, Joachim si rende conto che anche suo fratello avrebbe quell’età, adesso. “Dimentico sempre che sarebbe invecchiato. Nel frattempo io sono già molto più vecchio di lui. Già da tempo non sono il più giovane di noi tre. Adesso è lui.”. Frase bellissima e commovente.

 

E’ tutto bellissimo il romanzo di Joachim Meyerhoff, ad iniziare dalla voce narrante che è quella di Joachim - sempre la stessa che abbiamo sentito in “Quando tutto tornerà ad essere come non è mai stato” (2015) anche se lui non è più il bambino di sette anni, ma un adolescente che si prepara per il grande salto, un anno in America, per la prima volta lontano da casa. Lontano dallo straordinario padre, medico e direttore della clinica psichiatrica, dall’affettuosa madre, dal fratello maggiore e dal fratello di mezzo che lo fanno bersaglio dei loro scherzi. Joachim desidera andare, ne ha bisogno, teme però di non passare la selezione - si sente così inferiore ai liceali di Amburgo, ai ragazzi eleganti con nonchalance, alle ragazze truccate che lo guardano come fosse trasparente. E invece, con sua sorpresa, nonostante abbia risposto alle domande del test mentendo, con l’obiettivo di evitare l’ovvio (scrive che non gli importa vivere in una grande città e neppure di condividere la stanza con qualcun altro, nonché di essere molto religioso…), Joachim viene scelto: la sua famiglia abita nello Wyoming (dove è mai lo Wyoming?), è composta da padre, madre e tre figli, proprio come la sua.

 

Il mio anno in America, potrebbe essere il sottotitolo delle avventure di Joachim. Avventure, sì, ad iniziare dal viaggio in automobile per andare all’aeroporto, con la guida spericolata del fratello e del suo amico (Joachim riesce, in una qualche maniera, ad insinuare un triste presagio in questa bravata), il volo seduto fra un grassone strabordante e uno strano tipo, e poi l’incontro con i genitori ospitanti che si riveleranno ottime persone, affettuose e comprensive. Tutto è nuovo per Joachim, dalla lingua che capisce poco, al paesaggio immenso, dal materasso ad acqua alle cerimonie in chiesa, dal programma scolastico agli insegnanti. La tragedia della morte del fratello di mezzo spezza in due questo anno esaltante ed è un’altra tappa nella crescita del diciassettenne Joachim, come saranno altre tappe gli allenamenti intensivi di basket che cambiano il suo fisico prima mingherlino e il sesso facile con una ragazza americana.

 

L’esperienza non sarebbe completa se Joachim non raccontasse anche la controparte della scoperta dell’America, il suo ritorno a casa e il confronto inevitabile. La scena in cui suo padre, mentre tornano dall’aeroporto di Amburgo, gli offre quello che una volta era il cibo preferito di Joachim - pane nero spalmato di paté di fegato - acquista un valore simbolico. “Masticando quel pane nero umido e spesso, intuivo già come sarebbe stata irta di ostacoli la via per riaffondare i denti nella mia vecchia vita di pane integrale.” Gli sembrava che non sarebbe riuscito a sopportare la cupezza del dolore della sua famiglia, che sarebbe stato impossibile abituarsi all’assenza del fratello di mezzo laddove un tempo era sempre presente. E invece il tempo aiuta. La bilancia non pende a favore né dell’America né della Germania. E’ come se quest’anno avesse reso Joachim saggio, facendogli accettare il meglio e il peggio di entrambe perché è così che si può costruire se stessi.

 

Ci sorprendiamo a sorridere, leggendo il romanzo di Joachim Meyerhoff, tranne quando il dolore della morte ci chiude la gola. Perché lo stile è scoppiettante, vivace, traboccante di uno humour speciale - chi ha detto che l’umorismo è inglese? Può essere anche tedesco, “Tutti i morti volano in alto” ne è un ottimo esempio.

 

 

Ed. Marsilio, trad. G. Agabio, pagg. 303, Euro 18.00

 

 

Recensione a cura di
Marilia Piccone
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