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“La lista nera”, di Harald Gilbers

creato da Alessandra Lotti ultima modifica 19/09/2019 15:11
"C’è molto su cui riflettere nel romanzo di Gilbers. C’è un ripensamento collettivo sull’epoca nazista che ha portato alla sciagurata guerra di cui i tedeschi stanno pagando le conseguenze in un’espiazione più o meno consapevole" (M. Piccone).

Un prologo datato maggio 1946. Un uomo terrorizzato in fuga. Quattro di ‘loro’ sono già morti. Un angelo stilizzato è stato inciso sulla sua porta: sarà lui la prossima vittima?

 

La scena si sposta a Berlino, dicembre 1946. Gli scritti degli uffici della Croce Rossa sono sommersi da incartamenti: un tedesco su quattro risulta disperso, dieci milioni di soldati della Wehrmacht sono prigionieri in Russia, quattordici milioni di persone sono fuggite verso ovest dagli ex territori orientali tedeschi. Le schede di identificazione e le domande di ricerca si ammassano negli uffici. Un lavoro immane. E svolto in condizioni estremamente disagevoli. Fa freddo a Berlino. Il morso del freddo si fa sentire ancora di più se non c’è alcun tipo di riscaldamento nelle stanze in cui gli impiegati lavorano, tenendo addosso cappotto, cappello, guanti. Tra di loro, Richard Oppenheimer, l’ex commissario di polizia ebreo estromesso dalle forze dell’ordine durante il regime nazista, ancora in vita grazie alla moglie ariana, già protagonista di una trilogia di romanzi dello scrittore tedesco Harald Gilbers. E adesso c’è di nuovo bisogno di lui, anche se non in veste ufficiale, per indagare su un caso: è stato ritrovato il corpo di un uomo non giovane, nudo, con le braccia ricoperte da nomi scritti con l’inchiostro, in bocca un pezzo di carta bruciacchiato con altri nomi.

 

Che ci saranno altri morti, è facile da intuire. Così come è facile capire che il desiderio di vendetta è la molla che spinge l’assassino a dare la caccia alle sue vittime, a prenderle prigioniere, a far fiutare loro l’odore della paura, a piegare la loro volontà, a ridurle come animali, pronte a tutto pur di aver salva la vita. Intuiamo anche che l’immane tragedia che la Germania non si è ancora lasciata alle spalle ha a che fare con le motivazioni dell’anomalo serial killer che si firma con il disegno stilizzato dell’angelo della morte, Azrael. E la doppia caccia- quella dell’angelo vendicatore che sembra considerare suo dovere eliminare dal mondo il Male incarnato negli uomini che sta cercando e quella di Oppenheimer che lo insegue, in una corsa contro il tempo per fermarlo e impedire altre morti- si fa sempre più incalzante, rischia di essere paralizzata dal gelo che intorpidisce gli arti e che rende difficile l’inseguimento (l’unico mezzo che Oppenheimer ha a disposizione è una bicicletta), termina in uno scenario che sembra essere un paesaggio dell’anima, su un’imbarcazione bloccata nel mezzo di un lago ghiacciato prima di essere avvolta nelle fiamme dell’incendio appiccato dall’uomo braccato- Some say the world will end in fire,/Some say in ice, sono i versi di Robert Frost che ci vengono in mente mentre noi lettori tremiamo di freddo e di ansia per la sorte di Oppenheimer e sì, anche per quella dell’assassino.

 

E’ questa la singolarità del romanzo “La lista nera” di Harald Gilbers. Un’ambiguità che condivide con altra narrativa post bellica, che ci rende incapaci di prendere una posizione decisa: si deve mettere sullo stesso piano con il Male in assoluto, il Male fatto per punire il Male? La giustiza-fai-da-te è comprensibile, soprattutto se si è testimoni di quanto siano larghe le maglie della giustizia ufficiale, ma è accettabile? Per questo Richard Oppenheimer è un personaggio vincente, perché lui stesso è la personificazione dell’ambiguità- l’ebreo scampato allo sterminio, l’ispettore che agisce in veste ufficiosa e meglio di chiunque altro può immedesimarsi nell’assassino pur dovendo fare di tutto per salvare le sue altre potenziali vittime.

 

C’è molto su cui riflettere nel romanzo di Gilbers. C’è un ripensamento collettivo sull’epoca nazista che ha portato alla sciagurata guerra di cui i tedeschi stanno pagando le conseguenze in un’espiazione più o meno consapevole. C’è Berlino in primo piano, Berlino ferita a morte, Berlino in macerie e alla fame, nella morsa del gelo di quello che Oppenheimer definisce un inverno di guerra anche se la guerra è finita da un anno e mezzo- si fanno code per comprare qualcosa da mangiare, chi può ricorre al mercato nero, ci si sveglia con il ghiaccio sulle coperte, i bambini rimasti orfani vivono (e muoiono) in strada o negli insufficienti ripari offerti da facciate pericolanti rimaste in piedi sul vuoto.


Un libro che è un modo diverso per rivivere la Storia.

 

Ed. Emons, trad. A. Ricci, pagg. 440, Euro 16,00

 

Recensione a cura di

Marilia Piccone

leggerealumedicandela.blogspot.it

Settembre 2019

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